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di Marco Sanna

 

"Il vigneto è esteso sopra una superficie di circa 200 sterelli. Le viti danno generalmente uve bianche, e sono le appellate nel dialetto muscadellu, muscadellone, barriadorgia, nieddu-mannu, pansale-nieddu e biancu, cuscusedda, alvu signadu, berve-china, alvara-azzesa, pianu, muristellu, trija bianca e niedda, redagliadu biancu e nieddu, nieddu-prunischedda, zirone, alvuastianu, nieddu-alzu, coddiloina palmija, cannonau".

  Così scriveva l'Angius all'articolo Mores o Moras nel 18431. Vale la pena di ponderare la validità e l'utilità linguistica di quanto rilevato nel dizionario, e di notare come sia passato nell'orecchio del padre cagliaritano.

  Ad esclusione del nieddu mannu e del nieddu-prunihhedda, di accezione evidente2 presentano particolare interesse il pansale, l'alvusignadu, la bervechina, l'alvara azzera, il pianu, l'alvuastianu, il nieddu-alzu, la coddiloina e la palmija.

  "Pansale", colle varietà biancu e nieddu, denuncia foneticamente non soltanto la sua estrazione iberica, ma altresì una (relativamente) recente apparizione sul piano linguistico logudorese, giacchè in un'ampia fascia centro settentrionale dell'isola ns è stato soggetto ad assimilazione regressiva3. Difatti in catalano l'aggettivo pansal designa, oltre ad equivale a "del most, de moscatellos y batistes", "cepi i raim de la varietat anomenada pansa", ovvero "varietat de raim blanc, de gra gross, de pell forta i de gust molt dolç"4; per cui è ipotizzabile che il valore semantico originario del lessema sardo dovette corrisponde-re a "varietà d'uva moscat", con successiva estensione ad una varietà simile al pansale dai frutti scuri, donde la distinzione in biancu e nieddu.

"Alvusignadu" dovrebbe suonare attualmente in Mores av(v)usignadu, per effetto della disarticolazione della liquida implosivi attraverso una trafila lv5 > ilv6 > iv(v)7 > v(v), della qule mancano precise attestazioni diacroniche. Il fitonimo è composto da avvu "bianco, chiaro" e signadu "famoso", contrazione dello spagnolo señalado "segnalato, illustre"8; la denominaziona vale dunque '[uva] bianca famosa', per la qualità, forse.

  "Bervechina" soffre di una resa grafica alquanto barbaricina; per cui nella località in questione la resa è bev(v)eghina, con trattazione del gruppo rv come la voce pre-cedente e fricazione dell'occlusiva velare come in gran parete del Logudoro linguistico.

  L'aggettivo bevveghina "pecorina" si riferisce alla colorazione piuttosto chiara degli acini di tale varietà.

In "alvara azzesa" l'Angius ha verosimilmente immaginato di ravvisare la base alv- dell'aggettivo sardi di biancore. Circa tale lemma emergono alcune titubanze sull'attribuzione al compilatore cagliaritano od al dialetto morese della paretimologia di avvarantzeli "varietà di uva bianca"9, dal quale deriva; a quest'ultimo, tuttavia, paiono riferibili il frazionamento flemmatico ed il riconoscimento d'un ipotetico attzesa "accesa, viva di colore"10: l'esame del Dizionario rivela difatti come l'autore del medesimo, foneticamente, sia sufficientemente attendibile circa la trascrizione di lessemi e fonemi di cui ignora gli stadi primari.

  "Pianu", in cui il trascrittore ha rispettato la palatalizzazione al modo italiano11, corrisponde forse all'avverbio pianu "adagio, senza fretta" od ad un omofono tar-dolatino, con riferimento probabilmente ad un rallentamento maturativi della vite relativa.

  Per "alvuastianu" è preferibile soffermarsi innanzitutto sull'etimo. La connessione col sardo avvustu "pergolato" sovviene immediata, ma accanto al suffisso ánu sarebbe intervenuto una i ascittizia di non chiara genesi; è dunque ammissibile la palatalizzazione di una liquida come quella d'un latino tardo *arb_stl_nu(m), derivato di arbust_lum o meglio di *arb_stlum "piccolo arbusto citato dal Meyer-Lübke12 in "alvaustia-nu" l'inserimento della vocale a denuncia il riconoscimento da parte dell'autore d'un ipotetico aggettivo del sardo astía "asta" con riferimento ai pali delle vigne.

  Certamente, nel lemma non è concorso l'aggettivo avu designante un'uva bianca, poiché il valore semantico del medesimo si è esteso, attraverso comunque un'evoluzione non chiara, a designare un tessuto, l'avultianu, non esattamente identificato (presumibilmente il lino), ma non necessariamente bianco come dimostra l'attestazione, in un documento sedinese del 1731, d'un corpitu de alvustianu biancu13, dove la reiterazione biancu (reiterazione vera e propria, poiché verosimilmente per etimologia popolare il latino arb_- sarà stato localmente interpretato avvu) ipotizza una stoffa riscontrabile in diverse colorazioni.

  "Nieddu-alzu" contiene presumibilmente l'unica attestazione logudorese del campidanese rustico arcìa "penzolo d'uva"14 o meglio "penzolo"15, attualmente senza etimologia16. Distinguendovi il coefficiente nieddu "nero, scuro" l'Angius ha frammentato il vocabolo nieddalsu o nieddassu con doppia alvodentale apicodorsale sorda per disartico-lazione di l implosiva17, dal significato equivoco di 'penzolo nero'; ma la posposizione aggettivo-sostantivo conduce a pensare che altzu o altza designasse già una varietà di vite oggi ignota, accezione venutasi creare in ambito logudorese. Il termine è presumibimente prestito campidanese, come dimostra la sua assenza dal lessico del Logudoro, la sua (unica) attestazione come coefficiente fitonimico e l'etimologia del termine arcia, riscontrato in campidanese poiché proveniente dal siciliano arcia "stiancia" (Typha latifoglia) o dal cala-brese centro meridionale harcia "specie di biodo, ampelodesma (Ampelodesma tenax)", seppur è ipotizzabile che il termine sia giunto nel sud dell'Isola già con una accezione simile a quella campidanese. Il collegamento semantico tra i lemmi - sardo e italiano meridionale - è confortato già dall'attestazione pliniana dell'ampelodesmos, "pianta siciliana per sostenere la vite"18. Il passaggio stiancia, biodo, ampelodesma >vite se realmente avvenuto, non è dunque ammissibile che per l'Italia meridionale19.

  Lo Spano riporta nel Vocabolariu la voce coddilòppina dal vago significato di "specie di erba". Il Wagner, non riscontrando il vocabolo, lo riporta al campidanese alluppacuaddu(s) "reseda bianca (reseda alba)" attraverso un *cuaddiloppina e lo confronta col siciliano affucacavaddi "pannocchia (Dactjlis glomerata)"20; il Pittau anche ad alluppacuaddu(s) "santolina (Santolina chamaecyparissus - Santolina corsica) maro (Teucrium marum)"21 attraverso un *caddiloppina22. Etimologicamente, il primo elemento del lemma morese (e non solo) è, alla luce dei riscontri (extra)insulari, indubbiamente caddu "cavallo", prescindere dagli influssi, almeno per alluppaguaddu23, dell'italiano guada, designante la Resedaluteola; Il secondo va affiancato al verbo allup(p)are "soffocare, asfissiare per il fumo o per il caldo, perdere il respiro, affogare, annegare, molestare, opprimere, accendere, infiammare, perdersi d'animo, trafugare", di etimologia sconosciuta24. Semanticamente, la denominazione sarà stata riferita in origine alla reseda bianca come proposto dal Wagner25, Ma anche alla Santolina chamaecyparissus, al maro, al poligono, od alla reseda gialla; sarà in seguito passata ad una specifica varietà di uva bianca per ragioni non note. La voce morese dimostra che l'alternanza pp/p della base lup(p)- di allup(p)are doveva aver dato sia ad un sardo *loppina che *lopina, che pare la più genuina concedendo le connessioni etrusche e greche del Pittau26, dove la fricatizzazione di p in b ne ha segnato la successiva caduta.

  Il Wagner, in quanto varianti "per incrocio con palma" di marva 'malva (Malva silvestrys - Marva parviflora)'; registra per Bitti parmutza, per Orune parmùgia e per Tempio palmucchja27(già attestato nel Pes28); il Pittau aggiunge parmareda per Lodè e Lula e prammutza per Orune29. L'ipotesi dell'incrocio con palma, parma, pramma 'palma', è sorretta dal fatto che le varianti logudoresi e nuoresi hanno tutti o quasi un parallelo fedele alla base latina m_lva(m); coesistono così, in un sistema di aree che sarebbe interessante delimitare, marmaruttza e parmuttza marmaredda e parmaredda. Col fittonimo morese "palmija" (attualmente pammija per disarticolazione implosivi, ma nell'Ottocento presu-mibilmente *pa(i)mija; occorre però tenere presente che in tale termine l'Angius ha certo messo in evidenza la base palm-) esiste dunque una trafila di evoluzione semantica 'mal-va'> 'palma'> 'vite', il cui ultimo passaggio ha presumibilmente come intermediario quello di *'ramo', suggerito dai valori semantici dei lemmi latini palma e palm_s rispettivamente "palma, ramo di palma" e "ramo, tralcio, vigna".

 

 

Tratto da M. Sanna, Uve Moresi, in "Sardegna Antica", a. XI, n. 21.


1Angius 1843, XI, p. 381.
2Il fitonimo nieddu-prunihhedda, in particolare, deve visibilmente la sua denominazione al colore degli acini, simili ai frutti del Prunus spinosa.
3V. Contini 1987, I, p.145; cfr. Contini 1987, II, F. 40.
4De B. Moll 1983, pp. 186-187.
5Certamente non era questo il nesso pronunciato dagli informatori dell'Angius, il quale nesso era stato già da tempo interessato almeno dall'inserimento di una i epentetica, di realizzazione alquanto flebile. Le ragioni che hanno portato il redattore del Dizionario a tale risoluzione grafica sono da ricercare nella ge-nerale standardizzazione ottocentesca di ortografia del sardo, imperniata almeno per il Cabu 'e Susu, sulle forme fonetiche del logudorese comune; d'altronde il logudorese settentrionale come unità linguistica se no era stata ancora rigorosamente distinta.
6Oggi rilevabili in contesti logudoresi comuni e a Cheremule (Contini 1987, I, pp. 370-371; Contini 1987, II,c. 70).
7Oggi riscontrabile in buona parte del logudorese settentrionale (Contini 1987, I, pp. 371-372; Contini 1987, II, c. 70) e località del comune al confine con questo.
8La voce è subentrata in logudorese come signaladu (Wagner 1962, II, p. 421).
9Secondo il Pittau è composto di avva "bianca" e anzelu "angelo"; '[uva] bianca d'angelo', dunque (Pittau 2000,I, p. 116). Il Dizionario è non di meno lacunoso nell'esplicazione del passaggio z>tz della parossitonia e della comparsa della liquida epentetica di avar-, epigono, più che del latino_iba(m), d'alb_ris "che serve ad imbiancare", "stucco*" e "bianchiccio" (alla base inoltre del lombardo albera, designante l'uva bianca e particolarmente il trebbiano) [Cortellazzo-Marcato 1998, p.18]).
10A Tinnura d'altronde è attestato barratzellu (Pittau 2000, I, p. 116); in campidanese l'arbagessa è il visciolo (Prunus Cerasus) (Chiappino 1985, p. 231)
11Wagner 1997, p. 284.
12Meyer-Lubke 1935, s.v. 608.
13Pes 1998, p.4.
14Wagner 1960, I, p. 109.
15Arcia de arxina "penzolo d'uva" (Spano 1851, p.73); "ciocca d'uva, cioè più grappoletti uniti" (Atzeni 1897, pp. 20, 38).
16Wagner 1960, I, p. 109.
17Contini 1987, I, p. 279.
18Rocci 1998, p.93.
19Potrebbe sorgere il dubbio che gli omofoni sardo e meridionali risalgano indipendentemente ad una stessa base. Derivando però questi ultimi allo spagnolo hacha "fiaccola" (poiché gli steli delle suddette piante venivano usate come materiale da ardere [Cortellazzo-Marcato 1998, p. 39]), sono anche gli unici che hanno sviluppato una r epentetica che lo spagnolo hacha mai avrebbe dato in sardo; nella Calabria centro meridionale, difatti, coesistono anche haccia e farcia. Il campedanese arcia va dunque defalcato dall'estesa lista degli ipotetici relitti sardiani privi di riscontri extrainsulari catalogati dal Pittau (Pittau 2001, pp. 53,83), Assieme presumibilmente all'altro cassaìle, qassabile (Pittau 2001, pp. 54, 86), il quale non dovrebbe essere vero che non trova riscontro in altre lingue conosciute, ad eccezione del toponimo siracusano cassabile, dato che il greco bass_ra "volpe" se ne accosta per la doppia sillabante e la liquida (se pur le due liquide, quella sardiana e quella ellenica, sono pertinenti a due differenti suffissi protostorici, come -àr-e-'il [Pittau 2001, pp.64, 67] i valori semantici dei due termini sono facilmente coniugabili essendo i due animali entrambi predatori), oltre che per la consonante iniziale, secondo un avvicenda-mento c/g/b osservabile anche in altre famiglie linguistiche vigenti fra Sardegna e mondo egeo (cfr. a questo proposito il sardo caddone, g(r)addara "galla", il latino g_lla ed il greco ball_noss "ghianda" ricollegabile forse non solo a gl_ns "ghianda"): analogamente per il lidio bathyrrhe "donnola". Altro vocabolo presumibilmente da depennare è chec(c)a "piccola cicatrice, puntura d'insetto" (Pittau 2001, pp. 54, 106), non lontano foneticamente dal latino c_c_trix, -_cis "cicatrice" d'etimo incerto: l'alternanza in pretonica di i/e è osservabile d'altronde, se il collegamento prospettato in Pittau 2001, p.181 è valido anche fra il nuorese secherru (>sicherru) "sufficiente, scarso" col toscano antico segrenna "persona magra e sparuta" ed il latino s_ccuss "secco".
20Anche l'Elymus europaeus e il Bromus sterilis (Wagner 1960, 1 p. 75).
21Il campidanese alluppacuaddu(s) designa anche la reseda gialla (Reseda lutea) e il poligono (Polygonum equisetiforme) (Chiappini 1985,p. 226).
22Pittau 1995, p. 198; Pittau 2000, I, p. 302.
23Registrato in Wagner 1960, I, p. 75.
24Pittau 2000, I, p. 83.
25Wagner 1960, I, p. 75.
26Pittau 1995, p. 198.
27Wagner 1962, II, p. 81.
28Gana 1998, p. 423.
29Pittau 2000, I, p. 709. da considerare inoltre le registrazioni di Chiappino 1985, pp. 400, 411, le quali dimostrano come il gallurese palmucchja sia perpetrato in logudorese ed il bolotanese, o meglio logudorese comune prammuttza 'oina 'Lavatera olbia' sia parallelo a màrmara (b)òina 'malva, malvone (Lavatera arborea o marittima), malvavischio (Althaea officinalis)' registrati in Pittau 2000, p. 617.

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