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STORIA

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di Angelo Carboni e Leonardo Pizzadili

""Maleittu Canale Pathatesu / ch'at postu sos vithichesos in resoglia". Può sembrare strano questo incipit, in un lavoro che, pur nella presentazione sistematica del materiale-documentazione, non aspira alla completezza. In mancanza di fonti letterarie e storiche, ci si è rifatti quasi esclusivamente a quella memoria collettiva così cara all'etnografo e all'antropologo. E perciò questo studio si apre con i versi del poeta bittese Remunnu 'e Locu, non in quanto "significanti" di chissà quale misterioso contenuto, ma perchè sintomatici della reale incidenza nel quotidiano di questo oggetto specificamente pattadese. Pur nella scarsezza di fonti sull'argomento, infatti, non esiste finora uno studio sulla lavorazione artigianale dei coltelli e sul lavoro dei frailalzos, i fabbri sardi in genere; anche se si può tranquillamente affermare che in una società primitiva, contadina e pastorale, l'importanza e la funzione pubblica di questi artigiani è sempre stata notevole. Viene immediatamente da pensare alla ricchezza e alla perfezione della bronzistica nuragica e per venire più vicino a noi, ai ramai di Isili e alla coltelleria. Il geografo-antropologo francese Maurice Le Lannou vede quest'ultima attività diffusa, ma in profonda decadenza, durante il suo lungo viaggio-studio, compiuto oltre ottant'anni fa, in alcuni centri di montagna come Santulussurgiu, Gavoi, Fonni, Arbus, Guspini e Pattada, caratteristica quindi di un certo tipo di cultura prevalentemente pastorale.

  Non si andrà molto indietro nella storia, né tanto meno si cercherà di scomodare Vulcano, ma sembra necessario evidenziare la grande maestria degli Arabi nella lavorazione del corno e delle armi in genere e l'influsso esercitato sulla cultura artigiana spagnola, soprattutto in Andalusia e nella Castiglia, e i possibili e spesso evidenti "prestiti" spagnoli al mondo sardo. Piace citare come semplice curiosità l'appellativo di "Toledo sarda" con cui, anche se abbastanza recentemente, veniva apostrofata Pattada.

  Come una certa tradizione vuole, in Sardegna, anche quella della resolza pattadese comincia con il ritrovamento di un misterioso siddadu, un tesoro. Ci sono molte versioni e si parla di diversi siddados ritrovati: il fatto certo è che furono i fratelli Mimmia (1818-1906) e Giuanne BelIu (1830 -1908) ad iniziare la lavorazione della "pattadese" nella seconda metà dell'Ottocento. Si spiega così anche il mancato accenno a questo tipo di artigianato da parte di Vittorio Anglus, che descrisse Pattada nella prima meta dell'Ottocento. Nel dizionario del Casalis, infatti, si parla brevemente dell'esistenza di circa dodici fabbriferrai a Pattada e della scarsa professionalità di tutti gli artigiani in genere. E pressoché certo che il precursore dell'attuale resolza pattadese fu sa corrina, una sorta di coltello fatto con un corno di capra o mascinu, cioè di montone, a fiamma, a lama fissa, la cui forma era, secondo diverse testimonianze, più o meno simile a quella attuale; questa lama arroventata veni-va introdotta nel corno caldo senza nessun perno che la fissasse ad esso.

 

Era un coltello piuttosto grossolano, ma largamente diffuso; la lama veniva infilata in un pezzo di sughero (che la maggior parte dei pastori e contadini intagliavano artisticamente) pro no offendere, per non ferirsi quando veniva riposto in tasca. Un alone misterioso circonda la figura di frades BeIlos. Viene attribuito a loro il ritrovamento di uno o diversi Siddados; quanto questi siddados abbiano a che fare con sas resolzas è difficile a dirsi. Certo è che c'è un qualche rapporto tra loro. Nella facciata del palatu 'e frades BeIIos, tuttora esistente in piazza delle poste (su Soziu) si può ancora notare un'incudine scolpita nel granito. E in questa stessa tradizione, su connottu, che si incontra il vecchio Giuanne Bellu agli inizi del 900 in ragas, intento a forgiare la lama di una resolza nel fraile de frades Vezzos. Era una "pattadese", ancora diversa da quella attuale: il manico era allora un corno intero toccheddadu chi s'asciolu, lavorato con un piccolo scalpello, iscaldidu in sa furrera a fodde pro l'azzerettare, riscaldato nella forgia per raddrizzarlo, e isperradu chi unu serraccu, inciso con un seghetto per poter chiudere la lama che veniva fissata al manico con una bullitta, un chiodo, mentre un'altra bullitta aveva il compito di non farla piegare all'indietro compromettendo la stabilità della resolza. La "pattadese", allora, era priva di s'aneddu, l'anello di ottone e, essendo il manico composto da un pezzo unico di corno, di ribadinos e di alcu.

  Nel fraile di frates Bellos, prima che questo venisse chiuso in seguito a un ulteriore ritrovamento di un siddadu in territorio di Mores, dove essi avevano comprato numerose tancas, si dice abbia lavorato per un certo periodo Zintu Canale mannu, che è poi quello che il poeta bittese Remunnu 'e Locu maledice in poesia e che viene unanimemente ritenuto l'ideatore dell'attuale resolza pattadese. Il resto è storia recente, con una menzione particolare alla grande abilità di Zintu Canale minore (1887-1976) figlio di Zuseppe e nipote di Zintu mannu, che ancora oggi una certa tradizione vuole come il vero modellatore della attuale resolza, o perlomeno come colui che ha dato il tocco finale di perfezione alla "pattadese". Ma per dovere di cronaca non si può tacere il fatto che nel periodo di Zintu Canale minore l'artigianato della resolza era profondamente radicato ed era già patrimonio comune della stragrande maggioranza dei frailalzos pattadesi. Questi già da allora iniziavano a partecipare a varie mostre di artigianato in Sardegna e nel Continente con i loro prodotti: resolzas, foltighes de tundere, forbici per la tosatura, incascios de fusiles, falches e altri prodotti come cancelli, inferriate, ringhiere, etc., raccogliendo dappertutto consensi unanimi. Ma bisogna ricordare brevemente anche gli altri artigiani ancora vivi nella memoria collettiva, che operavano tra la fine dell'800 e i primi anni del '900, che hanno contribuito ad identificare con Pattada l'artigianato del coltello e la lavorazione del ferro in genere e a renderlo una esclusiva tipicamente pattadese: Giuann'Andria 'e Linna, Giuan'Austinu 'e Linna, Nenaldu Sistigu, Barore Fogarizzu mannu, Tomeu Era, Tilippu Pera Chessa, Biuanne 'e Monte, Pedru 'Ettori', Angleu 'Ezzu, Mimmia 'Ezzu mannu e altri.

  Come si è già visto, sa resolza e gli altri oggetti fabbricati dai frailalzos pattadesi continuavano ad essere per i pastori e contadini della Sardegna oggetti particolarmente ricercati per la loro utilità ma soprattutto per la loro efficacia: e ultimo, ma non di minore importanza, per la loro bellezza. E' ancora molto vivo a Pattada il ricordo di Tiu Giuanni Antoni su cattigadore, un vecchio che, nei primi decenni del secolo, veniva da Santulussurgiu a cavallo alla ricerca di furesi 'e cattigare (il rude orbace da ammorbidire nella gualchiera), e ripartiva dopo aver fatto preziosa provvista di resolzas e foltighes de tundere di Pattada, da rivendere nel Marghine e nelle zone dove passava alla ricerca del suo orbace. Anche il grande poeta Montanaru Antioco Casula di Desulo, cantava sa resolza nella sua poesia intitolata a Sa Leppa Pattadina, come la chiamano in Barbagia:

      Sempre lughente parias de prata
      segaias chei su pensamentu
      ispilende sa pedde ind'unu 'entu
      comente chi aeres giutu fogu in s'ata.


   Sempre splendente d'argento parevi, tagliavi come il pensiero radendo d'un vento le pelli lanose come avessi il fuoco nella lama.

SU FRAILE: L'UOMO E GLI OGGETTI

La lavorazione del ferro a Pattada, come in molti altri centri ad economia tipicamente pastorale, ha radici che si perdono nella storia. Su fraile Pattadesu era solitamente un ambiente non molto ampio, immerso nel nero della fuliggine e de su calvone 'e ciacara (il carbone di radici di erica), accatastato a fianco a sa furrera a fodde (la forgia a mantice). Al centro del laboratorio, un robusto ceppo d'albero sosteneva l'incudine su cui poggiavano solitamente la mazza e il martello. Addossato ad una parete, ecco su bancu (il banco da lavoro), con diversi attrezzi tra cui spiccavano immediatamente su caragolu (la morsa), su trabanu a manu (il trapano), sos malteddos (i martelli), sas tenazzas (le tenaglie), sas serras (i seghetti), sos iscalpeddos (gli scalpelli), sos asciolos (le piccole asce a gancio per nettare gli zoccoli dei cavalli, per il cui termine sardo è difficile trovare l'equivalente parola italiana. Altri attrezzi si trovano appesi alle pareti. Vicino alla finestra, sa roda 'e acutare (la mola), che normalmente funzionava a pedale, con a fianco varie pietre da affilare, pedras acutadolzas: le portavano i carrulantes (i carrettieri), dalla zona di Peldidu Pane, una località del territorio comunale di Pattada, al confine con l'agro di Bultei, dove questo particolare tipo di pietra abbondava. A fianco della forgia, ma in simbiosi con essa, stava un piccolo recipiente che conteneva l'olio necessario ad ultimare la fase di tempratura delle lame.

 

 

Immediatamente vicino a sa furrera si trovava una pica, una vasca piena d'acqua per il raffreddamento e la tempratura dei diversi oggetti che il fabbro forgiava: zappos (zappe), piccos (picconi), alvadas (vomeri), istrales (accette), falzones (roncole), falches (falci), ferros de caddu e de 'oe (ferri di cavallo e di bue), briglias (briglie), friscios (serrature) e ogni altro arnese utile sia in campagna che in casa. Uscivano dall'officina del fabbro anche i letti in ferro battuto, le cancellate e le ringhiere che ancora oggi un occhio particolarmente attento può riconoscere nell'abitato di Pattada e nelle campagne circostanti.

 

 

Gli stessi oggetti che il fabbro usava quotidianamente erano in gran parte fatti da lui a seconda delle sue particolari esigenze, come sas tenazzas de fogu (le tenaglie per la forgia), e sos sestos de manigas de resolzas (le forme per i manici dei coltelli), la stessa forgia e tanti altri.

 

 

Oltre i coltelli un'altra specificità dei fabbri pattadesi è la lavorazione di sas foltighes de tundere (le forbici per la tosatura delle pecore), tutt'ora ricercatissime dai pastori sardi, compresi quelli che vivono fuori della nostra isola. L'attività del fabbro era profondamente legata alla situazione socio-economica del paese, per cui in un ambiente ad economia prevalentemente agropastorale gli oggetti prodotti erano destinati in gran parte a fornire pastores (pastori), massajos (agricoltori), oltulanos (ortolani) e carrulantes (lavoratori con carro e buoi). Come tutti i lavori artigianali, anche quello del fabbro era un patrimonio gelosamente tramandato di padre in figlio; ciò² non toglie che numerosi apprendisti dischentes, lavorassero nelle officine. A proposito di questi ultimi giova spendere alcune parole che non potranno non sembrare strane a gente di una certa età, ma non mancheranno di stupire le persone più¹ giovani. Gli apprendisti erano infatti ragazzi affidati dai genitori a su mastru frailalzu perchè imparassero il mestiere. Questo avveniva non senza resistenza da parte del fabbro che era sempre restio a svelare i segreti del mestiere ad estranei al suo gruppo familiare.

I giovani dischentes talvolta lavoravano nel fraile per diversi anni senza ricevere altro compenso se non una bona manu, una sorta di mancia in occasione delle feste più¹ importanti. Era anche usanza del fabbro lasciare a disposizione dell'apprendista su fraile nelle giornate festive in modo che potesse eseguire lavori per conto proprio e guadagnare così qualche soldo. Inizialmente gli apprendisti svolgevano funzioni prettamente marginali all'attività primaria; venivano spesso apostrofati dal principale con bruja ferru, "brucia-ferro", perchè causavano spesso spreco di materiale. Almeno per il primo periodo era loro compito osservare attentamente il lavoro di su mastru. Dovevano girare sa furrera, portare l'acqua, pulire, porgere gli attrezzi e svolgere altre mansioni collegate al lavoro. Prima che il dischente riuscisse a mettersi in proprio ed iniziare finalmente a guadagnare qualcosa, trascorrevano non meno di due o tre anni, il tempo necessario per conseguire una certa professionalità. La giornata lavorativa del fabbro iniziava molto presto, alle quattro o alle cinque del mattino, perché la sua "missione" era quella di essere continuamente al servizio della collettività e preparare gli attrezzi che sarebbero serviti nei lavori dei campi. Per la stessa ragione anche l'orario di chiusura era legato alle esigenze della clientela che, rientrando al tramonto dalle fatiche quotidiane, affidava al fabbro tutto ciò che aveva bisogno di particolari riparazioni o modifiche. Era parte integrante di quasi ogni fraile, sa ferrajola, anche se spesso si trovava lontano da esso; normalmente era situata nella immediata periferia del paese. Era fatta con grosse travi di coro 'e chelcu, la parte più dura del tronco di quercia o di niberu (di ginepro), con vari accessori in ferro e serviva pro ferrare, per mettere i ferri ai buoi che tanta utilità avevano in quel tipo di società.

 



  Si sono voluti toccare semplicemente alcuni punti, emersi da una ricerca sistematica, ritenuti fondamentali per dare un'immagine seppure elementare di come si svolgeva la vita e il lavoro all'interno di su fraile. Certamente non c'è la pretesa di aver detto tutto e di aver esaurito l'argomento, ma la convinzione di aver dato un piccolo contributo alla ricostruzione di un patrimonio che va scomparendo.

Tratto da "Il coltello di Pattada" catalogo della mostra 2005 a cura dell'Amministrazione comunale di Pattada.

 

 

 

 

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