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STORIA

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di Gerolama Carta Manitglia

Anche a Ozieri la varietà di fogge dell'abbigliamento popolare rispecchia fedelmente la suddivisione in classi della società tradizionale al cui interno, analogamente alle altre comunità isolane, il vestiario tradizionale ha la funzione non secondaria di rappresentare visivamente, con modalità consolidate, la collocazione sociale e quindi l'appartenenza a una determinata classe dei suoi componenti. Un attento esame dei documenti d'archivio può fornire numerose informazioni sull'abbigliamento popolare tradizionale degli ozieresi a partire dal 1600 almeno. In alcuni di questi documenti sono citati diversi capi di vestiario maschile e femminile (gabbanu, colete, jupone, corittu, calçones, bonete, sapatones, faldetta, imbustu). Immagini e riproduzioni del vestiario tradizionale di Ozieri in incisioni e stampe si trovano a partire dal XIX secolo, anche se in numero abbastanza ridotto. Numerose sono invece le cartoline illustrate e le fotografie soprattutto per il Novecento. Due delle 48 tavole (precisamente le tavole 45 e 46) della Collezione Luzzietti (Luzzietti è il cognome dell'antiquario romano dal quale la Biblioteca Universitaria di Cagliari nel 1907 acquistò la raccolta) databili tra la fine del 1700 e l'inizio del 1800 sono dedicate all'abbigliamento di Ozieri. La prima tavola (Donne d'Ozieri) rappresenta due figure femminili, una di fronte e l'altra di spalle: entrambe indossano presumibilmente lo stesso tipo di vestiario. Nella prima sono visibili l'ampia camicia bianca chiusa al collo con due bottoni, il busto a struttura rigida chiuso con stringhe rosse sul davanti, il giubbetto di broccato azzurro a fiorami dorati con lunghe aperture sulle maniche, la gonna rossa con piccola balza gialla, un corto grembiule dello stesso tessuto del giubbetto e il copricapo a manto di tessuto a quadri bianchi, rossi e celesti; nella seconda figura vista di spalle sono evidenti la gonna rossa, simile a quella indossata dalla prima figura e il copricapo a quadri bianchi e rossi. La seconda tavola (Uomo d'Ozieri) presenta una figura maschile che indossa il copricapo nero a sacco (berritta), camicia bianca con gemelli al collo, corpetto rosso, "cappottinu" nero foderato d'azzurro, "ragas" nere, calzoni bianchi, cintura di cuoio con coltello, uose e scarpe nere. L'uomo tiene un archibugio con la mano sinistra.

 

Altre immagini dell'abbigliamento ozierese maschile e femminile vengono fornite dal piemontese Nicola Tiole per gli anni 1819-1826 nelle tavole 10 e 93 dedicate rispettivamente al vestiario femminile e a quello maschile. Nella litografia pubblicata a Parigi nel 1828 da Alessio Pittaluga è rappresentato un uomo probabilmente appartenente alla classe benestante; Signore d'Ossieri appunto. L'immagine mostra un uomo che indossa gli stessi capi di vestiario dell'uomo raffigurato nella tavola 46 della Collezione Luzzietti.

Per la metà dell'Ottocento sono preziose le informazioni fornite da Vittorio Angius alla voce Ozieri del Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna. L'abbigliamento appare diversificato a seconda della classe sociale di appartenenza; i nobili vestivano indumenti comuni nelle città maggiori mentre i "notevoli" della borghesia usavano indossare abiti tipici della tradizione sarda in quanto ritenuti più idonei e anche più belli di quelli appartenenti alla "moda straniera". L'Angius annota però che alcuni indumenti del vestiario tradizionale quali "su saccu de coberri e sa veste e pedde" non erano più usati. Per quanto riguarda poi il coietto (ovvero su collettu) ricorda che veniva indossato soltanto da alcuni vecchi in quanto dai giovani era ritenuto "barbaro" e per questo deriso e disprezzato. L'insieme costituito da calzoni bianchi di lino, ragas di orbace o di panno, e borsacchini (gambali di cuoio) era stato ormai sostituito dai pantaloni a tubo. Altro indumento molto usato era il "cappottino" fornito di cappuccio e risvolti di velluto nero, lungo fino alle anche. Il "gabbano", lungo fino ai talloni, veniva indossato per andare in campagna sia a piedi che a cavallo. Come copricapo, ricorda ancora Vittorio Angius, si indossava la "berretta" nera e il "giubbone" di colore rosso, verde o azzurro era di uso comune. Le donne appartenenti alla classe borghese vestivano "robe di molto pregio e piuttosto con lusso"; anch'esse però avevano abbandonato il modo di vestire tradizionale. Le donne avanti negli anni si coprivano "con manto di seta nera" simile a quello portato dalle donne spagnuole. Gli uomini appartenenti alle classi popolari vestivano come i printzipales, ma con tessuti meno pregiati; le donne conservavano ancora il modo di vestire tradizionale e amavano molto il colore verde. L'Angius mette in evidenza le trasformazioni che all'epoca erano in atto nell'abbigliamento.

 

Questo modo di vestire ottocentesco è rimasto in uso, naturalmente con qualche modifica, fino agli inizi del Novecento, quando come in molti centri sardi sono intervenuti altri cambiamenti che in successione hanno portato alla definitiva scomparsa delle fogge dell'abbigliamento popolare.

 

Tratto da G. C. Mantiglia, Il vestiario popolare, in "Ozieri e il Suo volto" a cura di G. G. Cau e M. Brigaglia, Roma 2005, per gentile concessione dell'editore Carlo Delfino.

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