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STORIA

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di Franco Cocco

 

 

Su patriottu sardu a sos feudatarios: ovvero, una tematica rivoluzionaria emersa dal giacobinismo d'un patrizio ozierese tentato dalla poetica della moderazione politica.Francesco Ignazio Mannu, nato in Ozieri il 18 maggio 1758, morto in Cagliari nel 18391.Cavaliere, magistrato insigne della Reale Udienza; disinteressato donatore di parte del suo ragguardevole patrimonio (circa cento mila lire) all'ospedale civile di Cagliari, egli è autore, oltre che del celebre Su patriottu sardu a sos feudatarios2 (pubblicato alla macchia, in Corsica, nel 1794), anche di una satira poetica, di palese imitazione da Fulvio Testi, dal titolo A un ruscello orgoglioso, ovvero:



Sotto la metafora d'un torrente ammonisce la caduta d'un superbo

  Non fettas, superbu riu,
    Tantu fracass'in passare,
    Ch'a trainu des torrare
    Comente fisti unu die,
    Cussas undas, crè a mie,
    Las det siccare s'istiu.

  Troppu superba sa fronte
    Alzas, o riu orgogliosu,
    Benis da un horrorosu
    Appenas cognitu monte,
    Eppuru non bi hat ponte
    Chi bastet pro ti jampare.

  B'hada rios pius graves
    Senza cumparasione,
    Rios ch'ind'ogn'istajone
    Sustenent immensas naves,
    Et puru current suaves
    Plazzidamente a su mare.

  Cando passende minettas
    Su pastore, e i s'armentu,
    Tando cun attrivimentu
    Trazas mandras, e pinnettas,
    Finzas sas undas chi ettas
    Mandas turbende su mare.

  Da una ignobile vena
    Tenes origin'oscura,
    Et non podet tenner dura
    Cuss'abbundante piena,
    In arida, e sicca vena
    Des benner a terminare.

  T'ingannas, riu si cres,
    De dura sas abbas tuas,
    Una chida asciutta, o duas
    Ti mudat de su chi ses,
    Senza m'infunder sos pes
    Isetto de ti passare.

Si impegnò anche nel riordinare un compendio di vocabolario sardo.

 

Sull'onda dell'utopia rivoluzionaria sarda generata dall'impetuoso vento angioyno, il canto di protesta de su patriottu si spiega lungo quarantasette ottave di ottonari quasi a voler dare più convincenti prove di argomentazione all'ira politica venata di una lontana ironia pariniana.

    Procurad' 'e moderare,
    Barones, sa tirannia,
    Chi si no, pro vida mia,
    Torrades a pe' in terra?

    Declarada e' già sa gherra
    Contra de sa prepotenzia,
    E cominza' sa passienzia
    In su pobulu a mancare.

 

 

Ad una attenta lettura, queste note ottave ispirate da una iniziale raccomandazione alla prudenza, in una coppia semantica di verbi iscritti in un solo (e per giunta primo) verso - procurad' 'e moderare - evidenziano un forte, seppure scaltrito, invito alla prudenza dentro una studiata fattura compositiva di natura culta, fattura ascrivibile al genere di poesia 'dialettale'; tanto più se si considera che anche il secondo verso gode di una attenta perizia scritturale: si tratta di una coppia di sostantivi accomunati da una autentica sinonimia, dal bivalente/univoco significato di natura politico-istituzionale, se, appunto, in un solo verso

    Barones, sa tirannia,

  sono, in modo anche visivo, accomunati i barones a sa tirannia, tanto l'una è l'emblema degli altri, e questi, i barones, ne sono i blasonati detentori/istigatori, appunto, de sa tirannia.

  Ora, inoltrandosi nel terzo verso

    Chi si no, pro vida mia,

  si nota che esso registra un accento invettivo in tono calante sotto il tasto del condizionale si no, tutto affidato alla probità del giuramento di pro vida mia; questo accento invettivo, dicevo, sembrerebbe temperato da un condizionale di latenza segreta. Parrebbe che il Mannu intenda consigliare i barones alla moderazione. Stadio, questo, che preluderebbe ad una filosofia del non meglio identificato reformismo agrario, o di socialismo proudhoniano?

  Le condizioni poste dal poeta al potere baronale sono indicate nel verso

    Torrades ape' in terra!,

  verso carico di quella proverbiale sapienza popolare che conserva intatta, nel contesto di un così deciso ammonimento, la persuasiva premonizione di una condanna sicura.

  La prima ottava, dunque, per metà configura un moderato e, si direbbe, paternalistico consiglio/ammonimento; e per l'altra metà ne specifica le ragioni:

    Declarada e' già sa gherra
    Contra de sa prepotenzia,
    E cominza' sa passienzia
    In su pobulu a mancare.


  Da notare, anche, in questa prima ottava, la studiata rima baciata: di terra con gherra; di prepotenzia con passienzia; e poi del primo con l'ottavo verso (moderare con mancare); coppie di rime, questa volta, tutte di valenza oppositiva, capaci cioè di far risaltare nell'eguaglianza di suono il contrasto di fondo.

  Ma il tono di consiglio/ammonimento propende verso una fin troppo replicata iterazione; infatti, per ben otto volte ricorrono i moderati verbi sinonimici, di cui sei stanno dentro le prime tre ottave (il settimo verbo si trova nella diciassettesima ottava, l'ottavo nella quarantasettesima).

  Eccoli:

    - Procurad' 'e moderare, -
    (della prima ottava)

    - Mirade ch'est azzendende -
    - Mirade chi no e' giogu -
    - Mirade chi sas aeras -
    - Iscultade sa 'oghe mia -

    (queste quattro tutte della seconda ottava);

    - Minzi ch'es lanzu e cansadu -
    (della terza ottava);

    - Feudatariu, pensa -
    (della diciassettesima ottava);

    Minzi chi poi det essere -
    (della quarantasettesima ottava).

  Sale, intanto, d'ottava in ottava, la tensione ammonitrice che in questa seconda (ottava) raggiunge il massimo diapason emozionale:

    Mirande ch'est azzendende
    Contra de 'ois su fogu;
    Mirade chi no e' giogu
    Chi sa cosa andat 'e veras;
    Mirade chi sas aeras
    Minettana temporale;
    Zente consizzada male,
    Iscultade sa 'oghe mia.


  Ma già nella terza ottava il poeta - nonostante la sua cultura borghese di estrazione gentilizia paesana - pure elabora una poetica di più vasta area popolare, con una capacità dialettica di interferenza/simbiosi tra i due livelli culturali (quella culta e quella volgare); poetica che gli consente: di allargare il proprio vocabolario colto con l'assimilazione di quello popolare, e di saper fare proprio, soprattutto, un sentimento di diffuso epos giacobino sorvegliato da un'ira prudenziale.

  Proprio dalla terza ottava, il Mannu lavora a un quadro di forte 'realismo' poetico-figurale:

    No apprettedas s'isprone
    A su poveru runzinu,
    Si no in mesu caminu
    S'arrempellat appuradu;
    Minzi ch 'es lanzu e cansadu
    E no nde pode' piusu;
    Finalmente a fundu in susu
    S'imbastu nd'hat a bettare.


  L'immagine de su poveru runzinu che in mesu caminu s'arrempellat appuradu, sarebbe già sufficiente a rappresentare lo stato di miseria e sfruttamento in cui si trova su pobulu; ma il poeta aggiunge parola e colore, sicché su poveru runzinu viene quasi zolianamente meglio evidenziato per diventare lanzu e cansadu, tanto che no nde pode' piusu e finalmente a fundu in susu s'imbastu nd'hat a bettare.

  Si direbbe che l'arte di Mannu si muova, quasi sempre, sotto l'attento presidio di un gusto per l'insistita rappresentazione, gusto che rischia di estendersi, in un gioco di autodecalcomania, lungo tutto il componimento de su patriottu sardu: infatti, questo modello 'a tutta tinta forte' risulta quasi un metro paradigmatico che ricicla figure umane (feudatari e sottoproletari, Piemontesi e popolani de' sas biddas); e dotte argomentazioni (intorno a: su feudu, derettu, giustissia, ecc.).

  Dalla quarta ottava fino alla quarantaseiesima, una tecnica basata sulla forte caratterizzazione informa la materia scritturale: ne rimangono immuni, assieme alle prime tre, l'ultima ottava che s'impone ad una più attenta lettura grazie a questa doppia copia d'ottonari:

  Como ch 'e' su filu ordidu

A bois toccat a tessere;


  e questi altri:

  Cando si tene' su bentu
  Es prezisu bentulare.


  Ottonari di sicura matrice popolare nella schietta nudità lirica appena ventilata da una musicalità niente affatto letteraria.Per il resto, l'inno non si avvale che rarissimamente di lampi metaforici, e sono tali, comunque, da non rischiarare la fonda eloquenza versificatoria.

  Più insistenti risaltano, invece, figure d'anafora, come in questa ventesima ottava:

    Sas rentas servini solu
    Pro mantenner cicisbeas,
    Pro carrozzas e livreas,
    Pro inutiles servissios,

    Pro alimentare sos vissios,
    Pro giogare a sa bassetta,
    E pro poder sa braghetta
    Fora de domo isfogare.


  A dire il vero fino in fondo, però, questa figura anaforica (unitamente a quella della sesta ottava) tende a proliferare dalla appena trascritta ventesima lungo l'intero inno per ben quattordici volte: segno quanto mai, questo, di una ben individuabile meccanicità di stile e di fantasia bloccata, come irrigidita da un canone artistico convenzionale.

  Quanto, poi, le suggestioni pariniane abbiano influenzato gli ottonari del Mannu, lo palesano le otto ottave (dalla ventesima inclusa, alla ventisettesima compresa): chiaramente risalta che la giornata del barone sardo è scandita dalle stesse dorate ore che proteggono il 'giovin signore' del Parini; e la sorte toccata al 'buon villano' dell'autore de Il Giorno è la stessa che affligge su vassallu poverinu' del poeta de Su patriottu sardu: unica differenza, la dislocazione spazio-temporale, e la diversa gradazione politico-culturale delle due storie, ovviamente. Ma, soprattutto, diversa l'arte, che non ammette confronti fra i due.

  A parte alcune notazioni sul taglio artistico-formale dell'inno sardo, contrassegnato da una forte carica polemica che converte la poesia in oratoria e il canto in grido tribunizio, pure questo poemetto rivoluzionario s'impone per la notevole verve eversiva affidata al cadenzato ritmo di ottonari ovvii, ma ossessivi, a tratti persino marziali. Sicché, grazie alla sua stesura metrica 'il ritmo di canto popolare'3 può trovare giusta compensazione nel taglio di 'componimento d'occasione'4.

  Ma a questa poesia nota in Sardegna, un poco generosamente, come la Marsigliese sarda, manca quel travolgente impeto musicale e quella determinata sequenza di versi della quasi contemporanea (1792) Marseillaise di Rouget de Lisle.

  L'inno piacque a John Warre Tyndale che, nel 1849, lo tradusse in inglese (The Island of Sardinia); e a Gaston Buillier che ne diede una versione francese nel 1865, intitolandolo L''Ile de Sardaigne.

  Il nostro Enrico Costa fu tra i primi studiosi sardi a riportare su patriottu nel testo originale, rendendone nel contempo una versione in italiano nel suo Sassari, edizione 1885 (vol. I, pp. 372-380).

  Il poeta de i Canti barbaricini, Sebastiano Satta, nella "Nuova Sardegna" del 1 marzo 1896, pubblicò una versione personale de Su patriottu Sardu.

  Sempre Sebastiano Satta, nella sua poesia Ai rapsodi sardi che chiude l'edizione de i Canti curata da Mario Ciusa Romagna, onorò l'inno per:

    "…quel verso che ruggì,
    martellando i battenti, 'Cando si
    tenet ben tu est prezisu bentulare'.
    Gloria, fratelli, al fabbro di quell'inno
    che per nere capanne e spersi ovili
    cercò i cuori, e col suo fiero tintinno
    li trasse verso il sole a le vendette'".


  In verità, la poesia del Mannu si presta ad una più complessa lettura. Intanto, il fatto che il forte poeta nuorese abbia inteso rendere omaggio al poeta di Ozieri proprio nella poesia dedicata ai poeti popolari sardi, non deve trarre in inganno: è nota la grande stima di Sebastiano Satta per i poeti improvvisatori, oltre che per i 'dialettali' (secondo i termini letterari/linguistici che ne ho dato).

  Sebastiano Satta stimava la poesia del Mannu anche perché ne intuiva la possibilità di leggere l'inno secondo la doppia valenza popolare/dialettale (ovvero, poesia di origine culturale volgare e anche di estrazione culta).

  Ad un rapido stralcio, infatti, il vocabolario racchiuso in su patriottu offre pagine di quella doppia valenza linguistica;
da un lato, vocaboli di sicura derivanza popolare, quali: gherra, prepotenzia, passienzia, fogu, aeras, giogu, runzinu, isprone, caminu, lanzu, imbastu, ecc.;
dall'altro, parole d'origine dotta, prevalentemente ascrivibili alla cultura giuridico-letteraria, quali: ergo, infeudassione, economia, esorbitantes, dispensa, filosofia, cicisbeas, Giacobinos, imeneos, subalternos.

  Ma è, inoltre, sicuramente degno di nota il riscontrabile affondo religioso calato in un poemetto di giacobine tematiche: quando lo sdegno del poeta sardo, replicato in eco pariniana, sale d'intensità accomunando ad un vizio -istituzionale-fatalistico la legge inimiga a bona filosofia; ed erompe la polemica più profonda per quei barones zelanti collaborazionisti dei Piemontesi:
quando questo sdegno è causato da ragioni profonde perché politiche, dicevo, allora si fa - caldo di vibrazioni poetiche - più intenso il ricorso ad un riparatore potere trascendente, l'Eternu Segnore:

    Bois, Divina Giustissia,
    Remediades sas cosas.
    Bois, da ispinas rosas
    solu podides bogare.


  Versi che si leggono nella ventitreesima ottava.
Ma ritorna ancora (nella trentesima ottava), più insistente quest'idea di una forza riparatrice impersonata da

    Deus, chi s'es declaradu
    Pro custa patria nostra,
    De ogn' insidia bostra
    Isse nos hat a salvare,


  forza che - dice il poeta - essa sola può salvare la 'patria nostra'; perché (replicandosi ancora nella quarantaquattresima ottava) egli ritiene che

    Su Chelu no lassa' sempre
    Sa malissia triunfare.


  E qui si fa più complessa la poetica del Mannu che, se da un lato ritiene che il Cielo non consente sempre che la cattiveria trionfi, dall'altro contrappone, nel susseguente verso, la 'ragione politica' di un'etica umana sufficiente a ristabilire la giustizia sociale. Infatti:

    Su mundu de ' reformare
    Sas cosas ch'andana male;
    Su sistema feudale
    Non pode' durare meda,
    Custu bender pro moneda
    Sos Populos, de ' sensare.


  Troverebbe credito, allora, la presenza di una dialettica alimentata da un'etica cristiano-giacobina? Sembrerebbe.

  Ma riprendendo il filo di quella mia ipotesi circa il non meglio identificato 'riformismo' agrario o socialismo proudhoniano, a proposito di quella prefigurata poetica della 'moderazione' che il Mannu sembra voglia impartire con calcolata metodologia poetico-pedagogica ai negletti 'barones', torna alla mente un passo di Marx5 in Miseria della filosofia:

  "Il borghese è necessariamente, per la sua stessa posizione, socialista da un lato ed economista dall'altro; cioè egli è abbagliato dalla magnificenza della grande borghesia e simpatizza con le miserie del popolo. Interiormente si lusinga di essere imparziale e di aver trovato il giusto equilibrio, che - egli pretende - è qualcosa di diverso dalla mediocrità. Un piccolo borghese di questo tipo divinizza la 'contraddizione', perché la contraddizione è la base della sua esistenza. Egli stesso non è altro che una contraddizione sociale in atto".

  Pertanto, la sintesi tra tematiche giacobine e paternalismo economico sarebbe una costante che interseca la spigolosa anima del borghese intellettuale, afflitto da una nevrosi che lo converte: ora in adepto, ora in apostata.

  E, a proposito di Francesco Ignazio Mannu, anche a voler dimenticare le date: di Le nouveau Christianisme (1825), di C.H. de Saint-Simon; o di Qu est-ce que la propriété, (1840), e La philosophie de la misère (1846), di P.J. Proudhon; o 'Le peuple' (1846), di J. Michelet; anche a volerle dimenticare, dicevo, questi autori sembrano di fatto contemporanei del Mannu, perché accomunati da una fiducia verso il popolo e nel popolo, e travagliati da una 'contraddizione in atto'. Affratellati, direi, da un protosocialismo cristiano.

  Rovente, inoltre, la polemica del poeta che accusa di perfidia il feudatario divenuto protettore dichiarato dei Piemontesi per interesse privato.
  Polemica che mai si converte in poesia.
  E, vista la consapevolezza che l'autore ha del proprio ruolo d'intellettuale animato da una fiera quanto inconscia ideologia 'sardista', l'inno ondeggia, a tratti, fra aneliti populistici e repéchage d'autorivendicazionismo.

  Al di là dell'innegabile virtuosismo letterario che lo allontana, lungo itinerari retorici, dalla compiutezza artistico-formale; e al di là dell'evidente caratura tematica che lo assimila all'utopia giacobina; l'inno di Su patriottu sardu a sos feudatarios sopravvive come canto della irrequietudine borghese disperso dentro un epos affidato alla leggenda di contese politiche e sociali ancora attuali.

 


1FRANCESCO ALZIATOR, in Storia della letteratura in Sardegna, ediz. La zattera, Cagliari, 1954, p. 294, sostiene che "la notizia riportata da tutti i biografi , anche dei più recenti, che un busto di lui, (Matteo Madao) si trovi nell'ospedale Civile di Cagliari, è assolutamente falsa".
2L'inno Su patriottu sardu fu pubblicato alla macchia, nel 1794, in Corsica.
3MANLIO BRIGAGLIA, Il meglio della grande poesia sarda, ediz. Della Torre, Cagliari, (quarta ediz.), 1984, p. 121.
4FRANCESCO ALZIATOR, Storia della letteratura di Sardegna, p. 296, cit.
5CARL MARX, Miseria della Filosofia - Lettera a Annenkov, Samonà e Savelli, Roma, 1970, seconda edizione, p. 154.

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