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TERRITORIO

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di Franco Marongiu e Francesco Amadu

 

 

 Nella città di Alghero, centro della Diocesi alla quale fin dal 1503 apparteneva anche Ozieri (vi dipese fino al 1803) venne fondato nel 1655 il convento dei Religiosi Mercedari, appartenenti cioè all'Ordine della Vergine della Mercede per la redenzione degli schiavi. Era questo un ordine la cui creazione si collega alla lunga e dolorosa storia della Sardegna in lotta contro i mori delle cui prime invasioni nella nostra isola si ha notizia fin dal secolo IX per giungere fino al 1500 quando vi fu l'assalto a Dorgali.

  Com'è noto i mori non si limitavano alla razzia e al saccheggio, ma anche al ratto di adulti e di bambini che venivano impiegati o venduti come schiavi. Ancor oggi la frase "Mamma mia, su moru" è sintomatica e dimostra chiaramente quanto grande fosse il terrore che ispiravano quelle incursioni.

  Queste costituirono ben presto un grave problema politico-sociale al quale corrisponde uno sviluppo di reazione religioso sociale con la diffusione dell'ordine religioso della B.V. della Mercede per la redenzione degli schiavi. Esso si proponeva di redimere cioè riscattare, ricomprare gli schiavi dai mori. I Mercedari, oltre ai tre voti regolamentari erano obbligati ad un quarto voto. Infatti, giuravano davanti a Dio di offrire, in mancanza di altre possibilità e come ultima risorsa, se stessi ai mori per la liberazione di uno schiavo.

  Il culto per la B.V. del Rimedio, com'è naturale, dal centro della Diocesi, Alghero, si diffuse ben presto in molti centri tra i quali principalmente Ozieri, dove già dal 1539 è attestata una cappella sotto questo titolo, e sul declinare dello stesso secolo nella chiesa dei Cappuccini. Verso il 1593 veniva fondato a Ozieri il convento dei Cappuccini, presso la Chiesa di N.S. di Loreto dove erano stati prima i Francescani. Subito dopo, però il nobile Ozierese Don Francesco de Arca offriva ai Cappuccini un suo podere dove, con il suo aiuto, veniva innalzata una chiesa in onore dei santi Cosma e Damiano, e qui si trasferirono i frati. Nel 1866 le leggi del Governo piemontese sopprimevano, tra gli altri, anche il convento dei Cappuccini di Ozieri, ma il nome di "Chiesa dei Cappuccini" è rimasto fino ad ora, mentre si è dimenticato il nome originario di "Chiesa dei Santi Cosma e Damiano".

 

Puntuale ormai da molti anni ritorna, la popolare Sagra della B.V. del Rimedio, che solennemente conclude le celebrazioni del settembre ozierese. Era stata per secoli una delle tradizionali feste ozieresi in onore della Madonna e dei Santi: la B.V. Monserrato, la B.V. del Carmelo, la B.V. di Loreto, i Candelieri per l'Assunta, San Sebastiano, San Nicola, insieme con quelle antiche di Sant'Isidoro patrono degli agricoltori e di Sant'Eligio patrono dei fabbri ed infine quella di Sant'Antioco titolare dell'antica Cattedrale di Bisarcio e patrono della Diocesi.

Ricordano i vecchi le lunghe teorie dei carri e i festanti gruppi di cavalieri che nel maggio portavano gran parte della popolazione ozierese nella gioiosità dei variopinti costumi a darsi convegno presso l'antica Basilica di Sant'Antioco; e che a giugno facevano popolare e risuonare di festa l'alto colle di Monserrato dominante su Ozieri e su i suoi campi.

Oggi "non usano più " le sfilate di carri, ma tante cose belle sono ancora rimaste: le multicolori sfilate di costumi per la gioia degli occhi di coloro che amano le cose belle, le gare poetiche per chi ha ancora il gusto schietto semplice e genuino di quelle che furono forse la più bella espressione dell'arte popolare.

  E la festa del Rimedio è il giorno del grande incontro. Sono i turisti che per la prima volta vogliono godersi lo spettacolo; sono gli amici che hanno un luogo e un giorno per un nuovo incontro, ma sono soprattutto gli ozieresi che tornano ad Ozieri. Verranno forse da Sassari o da Milano, ma in tanti e tanti casi rientrano per la "festa" o dalla Germania, o dalla Francia, dal Belgio o dalla Svizzera, dalla Spagna o dall'Olanda, e talvolta dalla lontana America. E quanto solenne e risonante è la festa esterna, altrettanto gioiosa ed affettuosa è la festa nella intimità della famiglia al completo.

Ma le case si vuotano si va a vedere la festa: e la piazza Cantareddu e Badde e Sa Ena straboccano di una folla in attesa per ammirare la fantasmagorica visione di colori e per ridere e piangere talvolta (e l'osservatore attento potrà più d'una volta scorgere materialmente lacrime agli occhi di tanti) nel riudire ancora una volta le antiche melodie che da secoli e secoli hanno mosso al riso e al pianto i nostri avi.

  Ma anche chi alle antiche nenie sarde preferisce l'ultimo festival non potrà non incontrarsi di fronte a quella fascia iridata a quel nastro policromo che scorre tra la folla: la sfilata dei costumi.

Un posto d'onore è riservato al costume di Ozieri: quello dei giorni feriali, in farsetto lavorato a colori dal quale spicca la bianca camicia con la gonna dai colori scuri. Viene il costume maschile dal quale sono oggi purtroppo scomparse le antiche caratteristiche "ragas", ma che conserva ancora la severa "zimarra" in orbace nero col cappuccio, sotto il quale si intravede il "corittu" di velluto verde-oliva. E' ormai soltanto un ricordo il farsetto dal colore verde smeraldo ma anticamente riservato in modo esclusivo ai nobili e e ai "Printzipales" che era vietato ai semplici popolani, ai "vassallos" di prezioso velluto "duziapel", lo spagnolo "terciopel".

  Arriva infine il costume femminile di gala: sfilano le donne in candido fazzoletto ricamato, avvolte nel manto di broccato nero con gonna plissata, grembiule e farsetto dello stesso colore, il tutto finemente lavorato a ricami, ricco di coralli e ori antichi: e il tutto, se così si può dire, non è un nero buio ma un nero splendente che nell'eleganza e nella solennità acquista quasi un tono principesco.

  Ai gruppi ozieresi faranno seguito le donne del Logudoro e del Goceano: da Pattada a Bono, da Buddusò a Bultei, a quelli della Gallura e dell'Anglona, del Meilogu e del Sassarese, da Sennori a Nulvi, da Cossoine ad Osilo, da Ittiri a Ploaghe; a quello del Nuorese e della Barbagia, da Ollolai a Mamoiada, da Ovodda a Tonara, da Fonni ad Orgosolo, da Bitti a Gavoi; o quello dei Campidani, da Sinnai a Monserrato, da Quartu a Quartucciu a Settimo San Pietro e Selargius, e ancora altri da Samugheo e Uras, da Busachi a Solarussa, ed altri ancora.

  L'un dopo l'altro si alternano su ballu currende di Bono, su passu torrau di Bultei, su ballu a s'arressa di Buddusò, su ballu tundu di Samugheo, su ballu a tres di Fonni, s'arciu antigu di Oliena, sa roseada di Ovodda, su saltiu di Mamoiada, sa sciampitta di Settimo San Pietro e infine su ballu tundu di Ozieri, l'antico dia-doi. Nella sua composta eleganza e negli improvvisi sprizzi di gioia subito compressa e attutita, fa in pochi minuti quasi rivivere in unico scenario multicolore quelle che sono le note caratteristiche della vita del popolo sardo, una vita calma, serena talvolta fino alla rassegnazione supina e che ogni tanto porta in luce la sua vitalità, con manifestazioni improvvise ma poi nuovamente sopite.

  Ed è in queste visioni che più struggente si sente la nostalgia di un passato che non esiste più, di una Sardegna antica una volta quotidianamente abbellita di questi colori che oggi ci è dato ammirare soltanto in un giorno di grande festa.

  Quasi a perpetuare questa tradizione artistica di poesia è nato e si è sviluppato con dimensioni forse impreviste il Premio di Poesia "Città di Ozieri" che ininterrottamente dal 1956 accoglie le migliori firme della poesia sarda e che ha dato occasione di rivelare ad una più vasta cerchia di ammiratori la finezza artistica e la sensibilità poetica di tanti, giovani e non più giovani, cultori della poesia popolare sarda. Né sarà per importanza ultima fra le manifestazioni artistiche il concorso "S'ottava bella": ottava in rima, improvvisata su un tema assegnato sul momento da un giuria, secondo un modello istituito proprio in occasione della Sagra del Rimedio del 1897 dal poeta improvvisatore ozierese Antonio Cubeddu.

  L'ultimo grande incontro sarà ancora una volta il giorno seguente alla festa nella caratteristica cornice di Piazza Cantareddu col concorso regionale di "Canti a chitarra" per l'assegnazione del premio "Usignolo della Sardegna". E come nella precedente serata folkloristica si esibiva il Coro di Ozieri nella più caratteristica e popolare me1odia del folklore canoro nel sonante accordo dei cinque cantori che continuano il tema della voce solista intonante, così nell'ultima sera si potrà ammirare la valentia delle più belle voci della Sardegna che convengono qui, dove rifiorirono i canti indimenticabili di Gavino Deluna e Maria Rosa Punzurudu.

 

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