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di Lucio Gratini

 

 Fra tutti gli uccelli predatori una posizione leader compete di diritto all'Ordine dei Falconiformi. Nel catalogo del Peters sono distinti in due sottordini: catarti e falconi. A questi ultimi appartiene la famiglia dei falconidi con numerose sottofamiglie. Fra esse i cosiddetti "falchi nobili" (falconinae) ed i "falchi ignobili" (accipetrinae). Quest'ultima sottile catalogazione è determinata dall'antico uso dei falconidi in quella specialità della caccia nota come falconeria.

  La "nobiltà" è correlata al diverso comportamento del falco nell'esercizio venatorio. I primi lo esercitavano con il cosiddetto "alto volo" in una lotta di astuzia, di velocità e di destrezza con la selvaggina scovata dai cani. I secondi cacciano a "volo basso" con scopi più produttivi, ma indubbiamente meno spettacolari.

  Questo preliminare in una relazione che ha lo scopo di appuntare la pubblica attenzione sulla conoscenza di specie seriamente minacciate di estinzione e di sensibilizzare la coscienza naturalistica a protezione di determinati ambienti è pregiudiziale. Non si tratta infatti di premessa storica o di sfoggio di cultura, ma di elementi strettamente connessi all'oggetto della trattazione. In una società travagliata da pressanti problemi socio-economici ed esistenziali si riscontrano ancora, per una ristretta cerchia di privilegiati, poteri assolutamente inimmaginabili per quanti giorno dopo giorni strenuamente combattono per la sopravvivenza.

 

La falconeria, il cui esercizio è già documentato in India oltre quattrocento anni avanti l'era cristiana ma che probabilmente risale ad oltre venti secoli dall'era citata, è tuttora in auge soprattutto nell'Arabia Saudita. Certamente un invidiabile privilegio per la fascinosa suggestione che questo metodo di caccia esercita su chi la pratica, certamente anche un cospicuo giro di interessi economici a cui sono rivolti bracconieri, addestratori, trafficanti, ecc. Interessi tali da suscitare forse una benevola tolleranza suggerita dall'ingresso negli Stati fornitori della materia prima di appetiti petrodollari, ma altrettanto certamente immediato pericolo di estinzione per un'avifauna la cui consistenza in Italia viene stimata intorno a poche centinaia di coppie.

  Prima di passare all'esame delle modalità e della consistenza dei danni perpetrati contro una fauna, peraltro protetta dalle vigenti leggi internazionali, nazionali e regionali, sembrerebbe opportuno presentare una scheda conoscitiva su due esemplari particolare oggetto di depredazione: il falco pellegrino ed il falco lanario tuttora reperibili anche in Sardegna.

  Ambedue appartengono alla sottofamiglia dei falconinae. Robusti nella loro struttura anatomica, volatori formidabili, dotati di vista acutissima e di potenti armi offensive rappresentate dalle dita grandi, forti, munite di unghie utili come gli artigli dei felini hanno evoluto nel tempo esaltando al massimo la funzionalità dei loro organi ed apparati all'attitudine caccia alla preda viva. Uccelli da rapina diurna, rapidi, robusti e coraggiosi amano gli spazi aperti con scarsa vegetazione di alto fusto, più confacenti al loro modo di predare. Maestri nella utilizzazione delle correnti ascensionali, sogliono ispezionare da notevoli altezze larghi distretti, compiendo ampi giri a volo librato alternato ad improvvise picchiate. Individuata la preda si abbattono fulminei su di essa colpendola a morte con i poderosi artigli. Nidificano preferibilmente negli anfratti delle rocce o delle scogliere, eccezionalmente sugli alberi. Il nido, alquanto rozzo, ospita da tre a sei uova a guscio liscio, cosparso di macchie rosso-brunastre. La presenza di falconidi in un territorio è un sicuro "indicatore". Garantisce condizioni di buona salute ecologica, assente o limitato inquinamento, modesta invadenza di insediamenti umani, presenza di fauna da predare.

 

 Il falco pellegrino ha indubbi titoli a rappresentare incontrastato il top dei falchi nobili. Deve il nome alle sue attitudini erratiche che lo portano a comparire improvvisamente nei luoghi più diversi, che rivestono tuttavia le caratteristiche sopra accennate. Dalla struttura robustissima, perfino un po' tozza in condizioni statiche, ha una lunghezza totale di circa cinquanta centimetri con un'apertura alare che in alcuni soggetti può addirittura superare il metro. Chiuse, le ali appuntite raggiungono e coprono l'estremità della coda cuneiforme. La testa è grossa e larga con occhi grandi e neri, cerchiati da pelle nuda giallastra. Il becco adunco è corto, largo alla base con i margini della mascella fortemente dentati, di colore bluastro-nero in punta. I tarsi, nudi di piume nella parte distale, sono molto robusti. Ad essi seguono le dita di colore giallo secondo lo Scortecci, giallo pallide o grigio plumbeo chiare a parere del Chigi, forti, armate di unghie appuntite, assai sviluppate. L'unghia posteriore è l'arma normalmente utilizzata per uccidere la preda.

  Il piumaggio del pellegrino, secondo il Chigi, presenta delle varianti. Tuttavia i maggiori AA. sono concordi nel riconoscere a quello degli adulti le seguenti particolarità. Testa nera, due larghe strisce nere da sotto l'occhio scendono a coprire lateralmente il corto collo. Le parti superiori del corpo sono grigio-azzurre (grigio-bluastre per il Chigi) con numerose fasce nerastre distinguibili anche sulla coda, che termina con una striscia biancastra. Le parti inferiori sono più chiare, quasi cinerine, compresi i calzoni che spesso assumono sfumature rossicce con barrature trasversali di colore scuro. I pulcini sono coperti di fitto piumino bianco. Sotto il profilo etologico si può asserire che il pellegrino è uccello cosmopolita. In Sardegna è stazionario e nidificante, ma certamente la sua presenza è più consistente in autunno a seguito della migrazione. Spesso diversi esemplari resteranno per nidificare nella primavera successiva. Il trasferimento migratorio avviene ad altissime quote, rendendo estremamente difficili gli avvistamenti e quasi incomprensibili le improvvise comparse in territori precedentemente privi della loro presenza. Ama come e più degli altri falconinae gli spazi aperti, rocciosi, con vegetazione cedua o macchia bassa.

Aprile è il mese dedicato alla riproduzione. La coppia prepara un nido estremamente rudimentale, generalmente su sporgenze rocciose di difficile accesso, sul quale la femmina depone da due a quattro uova di colore rossiccio con macchie brune, che verranno covate per circa ventotto giorni a turni alterni sia dal maschio che dalla femmina.

  Caccia prede di buone dimensioni, preferendo pernici e colombi, ma non disdegna gli acquatici o predatori quali i gheppi o altri di non grandi dimensioni. Fra i mammiferi lepri e conigli. La sua metodica venatoria è tale da suscitare grande fascino anche nell'osservatore più sprovveduto. Librato ad altezze notevoli perlustra con ampi giri silenziosi il territorio. Solo raramente emette uno stridio acuto percepibile a distanza. Avvistata la preda in movimento l'attacca immediatamente, inseguendola con tattica correlata di volta in volta alle modalità di fuga della vittima designata.

  Se si tratta di un piccolo mammifero o di un uccello pedinatore picchia con fulminea velocità, stimata con buona approssimazione oltre i 300 Km orari, sull'obbiettivo che immobilizza contro il terreno con il peso della sua massa, mentre inesorabile l'unghia posteriore colpisce a morte alla testa o al collo. Se invece oggetto della sua caccia è un volatore, per quanto abile e veloce, lo persegue fino a ghermirlo. Un vigoroso colpo d'ala, una piccola nuvola di piume, uno scontro nell'aria che sembra coinvolgere predatore e predato, ma un attimo dopo è quest'ultimo a precipitare ucciso, accompagnato fino a terra con rapidi giri a spirale discendente. Spesso gli avanzi del pasto, troppo abbondante considerata la mole delle vittime abituali, sono consumati dalle poiane che, conoscendo le abitudini del pellegrino ed essendo meno valide cacciatrici, sono solite frequentare i suoi territori. Questo spettacolare metodo di caccia, la facilità del suo addomesticamento ed addestramento hanno sempre fatto considerare il pellegrino, fra tutti i falconi di media taglia, come il più dotato e quindi il più ambito per l'esercizio della falconeria.

  Il lanario ha dimensioni corporee leggermente più piccole del pellegrino, in compenso ha forme più eleganti e slanciate. La coda e le ali sono proporzionatamente più lunghe. La testa leggera è armata di un becco meno forte. I tarsi sono più lunghi e meno robusti, le unghie moderatamente sviluppate. Il piumaggio del lanario adulto, di colore bruno-nerastro nelle parti superiori del corpo, ha graduale tendenza a schiarire verso il sopracoda dove assume una tinta grigio-cinerina. La gola è bianca e tutte le parti inferiori, compresi i calzoni, hanno tonalità di fondo rosso-carnice macchiate di nero. Le macchie, peraltro non costanti, possono manifestarsi sul petto e lateralmente sul corpo sotto forma di fasce non continue.

  L'area di distribuzione del lanario in Europa è limitata ai distretti meridionali. In Italia si avvista, ma sempre più raramente, in Puglia e nelle due Isole maggiori dove può considerarsi stazionario e nidificante. Preferisce terreni con vegetazione modesta ed è un buon frequentatore di ambienti lagunari, che offrono idoneo habitat alle sue prede abituali. Per la nidificazione si comporta come il pellegrino. Le uova, piuttosto allungate, hanno guscio bianco-giallastro cosparso di rare macchie bruno-giallicce. La deposizione avviene da marzo a maggio e dall'incubazione nascono pulcini coperti da piumino bianco.

  Quali particolari considerazioni sono alla base della richiesta preferenziale di mercato per i due esemplari presentati nelle brevi schede individuali? I falconi nordici (girifalco d'Islanda ed altri), pur magnifici nel loro volo molto veloce e fieramente rapaci nell'afferrare la preda, mancano tuttavia dell'impeto del pellegrino, della sua maestà nel volo, della maestria e del colpo d'occhio con cui sventa le astuzie della selvaggina.

Sono di più difficile addestramento, spesso restii al cappuccio. Eccezionalmente riescono ad apprendere lo waiting on, letteralmente l'aspetto da sopra, cioè quella difficile strategia di caccia che consiste per il falcone di mantenersi librato ad una certa altezza tenendo dietro a cani e falconiere per essere a piombare sulla selvaggina da questi fatta levare.

  Infine i falchi nordici costretti in climi ed ambienti diversi da quelli di origine, subiscono spesso gravi crisi di acclimatamento, che si ripercuotono sul loro stato di salute e di conseguenza sul rendimento e sullo stesso ciclo vitale per cui di sovente nel breve volgere di un anno finiscono per essere inservibili. Questi aspetti negativi hanno orientato le precise scelte di mercato rivolto, come già detto, ad una ristretta ma economicamente potente cerchia di consumatori rappresentati da falconieri e da collezionisti. I prezzi sul mercato clandestino, stando a quanto denunciato dalla LIPU (Lega italiana per la protezione degli uccelli), sono molto sostenuti con tendenza al rialzo per la sempre maggiore rarità dei falconi. La rovinosa depredazione, sollecitata da così appetite incentivazioni, non conosce limiti. Ugualmente oggetto ne sono infatti le uova, i nidacei, gli adulti.

  A monte una organizzazione perfetta, con basisti altamente professionali, dotata dei più moderni mezzi tecnici di avvistamento, di prelievo, di trasporto, di incubazione, di allevamento, di addestramento ed infine di commercializzazione. Leggi inadeguate, peraltro facilmente inattivate da ricorsi ed appelli che spesso concludono il lungo iter processuale con modeste ammende e la carenza, quando non assoluta assenza di sorveglianza almeno nei distretti di nidificazione vanificano i passionali tentativi di difesa delle Associazioni pro natura.

Un patrimonio di tutti, certamente non reintegrabile una volta perduto, su cui incombe per il capriccio di una ristretta élite la condanna dell'estinzione, che da tutti deve essere difesa se non altro per provare, in un'era che per status symbol potrebbe avere l'alienazione umana, il piacere distensivo di restare ammaliati ad ammirare il volo a grandi ruote di un falcone mentre controlla un territorio ecologicamente ancora sano.

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di Marco Sanna

 

"Il vigneto è esteso sopra una superficie di circa 200 sterelli. Le viti danno generalmente uve bianche, e sono le appellate nel dialetto muscadellu, muscadellone, barriadorgia, nieddu-mannu, pansale-nieddu e biancu, cuscusedda, alvu signadu, berve-china, alvara-azzesa, pianu, muristellu, trija bianca e niedda, redagliadu biancu e nieddu, nieddu-prunischedda, zirone, alvuastianu, nieddu-alzu, coddiloina palmija, cannonau".

  Così scriveva l'Angius all'articolo Mores o Moras nel 18431. Vale la pena di ponderare la validità e l'utilità linguistica di quanto rilevato nel dizionario, e di notare come sia passato nell'orecchio del padre cagliaritano.

  Ad esclusione del nieddu mannu e del nieddu-prunihhedda, di accezione evidente2 presentano particolare interesse il pansale, l'alvusignadu, la bervechina, l'alvara azzera, il pianu, l'alvuastianu, il nieddu-alzu, la coddiloina e la palmija.

  "Pansale", colle varietà biancu e nieddu, denuncia foneticamente non soltanto la sua estrazione iberica, ma altresì una (relativamente) recente apparizione sul piano linguistico logudorese, giacchè in un'ampia fascia centro settentrionale dell'isola ns è stato soggetto ad assimilazione regressiva3. Difatti in catalano l'aggettivo pansal designa, oltre ad equivale a "del most, de moscatellos y batistes", "cepi i raim de la varietat anomenada pansa", ovvero "varietat de raim blanc, de gra gross, de pell forta i de gust molt dolç"4; per cui è ipotizzabile che il valore semantico originario del lessema sardo dovette corrisponde-re a "varietà d'uva moscat", con successiva estensione ad una varietà simile al pansale dai frutti scuri, donde la distinzione in biancu e nieddu.

"Alvusignadu" dovrebbe suonare attualmente in Mores av(v)usignadu, per effetto della disarticolazione della liquida implosivi attraverso una trafila lv5 > ilv6 > iv(v)7 > v(v), della qule mancano precise attestazioni diacroniche. Il fitonimo è composto da avvu "bianco, chiaro" e signadu "famoso", contrazione dello spagnolo señalado "segnalato, illustre"8; la denominaziona vale dunque '[uva] bianca famosa', per la qualità, forse.

  "Bervechina" soffre di una resa grafica alquanto barbaricina; per cui nella località in questione la resa è bev(v)eghina, con trattazione del gruppo rv come la voce pre-cedente e fricazione dell'occlusiva velare come in gran parete del Logudoro linguistico.

  L'aggettivo bevveghina "pecorina" si riferisce alla colorazione piuttosto chiara degli acini di tale varietà.

In "alvara azzesa" l'Angius ha verosimilmente immaginato di ravvisare la base alv- dell'aggettivo sardi di biancore. Circa tale lemma emergono alcune titubanze sull'attribuzione al compilatore cagliaritano od al dialetto morese della paretimologia di avvarantzeli "varietà di uva bianca"9, dal quale deriva; a quest'ultimo, tuttavia, paiono riferibili il frazionamento flemmatico ed il riconoscimento d'un ipotetico attzesa "accesa, viva di colore"10: l'esame del Dizionario rivela difatti come l'autore del medesimo, foneticamente, sia sufficientemente attendibile circa la trascrizione di lessemi e fonemi di cui ignora gli stadi primari.

  "Pianu", in cui il trascrittore ha rispettato la palatalizzazione al modo italiano11, corrisponde forse all'avverbio pianu "adagio, senza fretta" od ad un omofono tar-dolatino, con riferimento probabilmente ad un rallentamento maturativi della vite relativa.

  Per "alvuastianu" è preferibile soffermarsi innanzitutto sull'etimo. La connessione col sardo avvustu "pergolato" sovviene immediata, ma accanto al suffisso ánu sarebbe intervenuto una i ascittizia di non chiara genesi; è dunque ammissibile la palatalizzazione di una liquida come quella d'un latino tardo *arb_stl_nu(m), derivato di arbust_lum o meglio di *arb_stlum "piccolo arbusto citato dal Meyer-Lübke12 in "alvaustia-nu" l'inserimento della vocale a denuncia il riconoscimento da parte dell'autore d'un ipotetico aggettivo del sardo astía "asta" con riferimento ai pali delle vigne.

  Certamente, nel lemma non è concorso l'aggettivo avu designante un'uva bianca, poiché il valore semantico del medesimo si è esteso, attraverso comunque un'evoluzione non chiara, a designare un tessuto, l'avultianu, non esattamente identificato (presumibilmente il lino), ma non necessariamente bianco come dimostra l'attestazione, in un documento sedinese del 1731, d'un corpitu de alvustianu biancu13, dove la reiterazione biancu (reiterazione vera e propria, poiché verosimilmente per etimologia popolare il latino arb_- sarà stato localmente interpretato avvu) ipotizza una stoffa riscontrabile in diverse colorazioni.

  "Nieddu-alzu" contiene presumibilmente l'unica attestazione logudorese del campidanese rustico arcìa "penzolo d'uva"14 o meglio "penzolo"15, attualmente senza etimologia16. Distinguendovi il coefficiente nieddu "nero, scuro" l'Angius ha frammentato il vocabolo nieddalsu o nieddassu con doppia alvodentale apicodorsale sorda per disartico-lazione di l implosiva17, dal significato equivoco di 'penzolo nero'; ma la posposizione aggettivo-sostantivo conduce a pensare che altzu o altza designasse già una varietà di vite oggi ignota, accezione venutasi creare in ambito logudorese. Il termine è presumibimente prestito campidanese, come dimostra la sua assenza dal lessico del Logudoro, la sua (unica) attestazione come coefficiente fitonimico e l'etimologia del termine arcia, riscontrato in campidanese poiché proveniente dal siciliano arcia "stiancia" (Typha latifoglia) o dal cala-brese centro meridionale harcia "specie di biodo, ampelodesma (Ampelodesma tenax)", seppur è ipotizzabile che il termine sia giunto nel sud dell'Isola già con una accezione simile a quella campidanese. Il collegamento semantico tra i lemmi - sardo e italiano meridionale - è confortato già dall'attestazione pliniana dell'ampelodesmos, "pianta siciliana per sostenere la vite"18. Il passaggio stiancia, biodo, ampelodesma >vite se realmente avvenuto, non è dunque ammissibile che per l'Italia meridionale19.

  Lo Spano riporta nel Vocabolariu la voce coddilòppina dal vago significato di "specie di erba". Il Wagner, non riscontrando il vocabolo, lo riporta al campidanese alluppacuaddu(s) "reseda bianca (reseda alba)" attraverso un *cuaddiloppina e lo confronta col siciliano affucacavaddi "pannocchia (Dactjlis glomerata)"20; il Pittau anche ad alluppacuaddu(s) "santolina (Santolina chamaecyparissus - Santolina corsica) maro (Teucrium marum)"21 attraverso un *caddiloppina22. Etimologicamente, il primo elemento del lemma morese (e non solo) è, alla luce dei riscontri (extra)insulari, indubbiamente caddu "cavallo", prescindere dagli influssi, almeno per alluppaguaddu23, dell'italiano guada, designante la Resedaluteola; Il secondo va affiancato al verbo allup(p)are "soffocare, asfissiare per il fumo o per il caldo, perdere il respiro, affogare, annegare, molestare, opprimere, accendere, infiammare, perdersi d'animo, trafugare", di etimologia sconosciuta24. Semanticamente, la denominazione sarà stata riferita in origine alla reseda bianca come proposto dal Wagner25, Ma anche alla Santolina chamaecyparissus, al maro, al poligono, od alla reseda gialla; sarà in seguito passata ad una specifica varietà di uva bianca per ragioni non note. La voce morese dimostra che l'alternanza pp/p della base lup(p)- di allup(p)are doveva aver dato sia ad un sardo *loppina che *lopina, che pare la più genuina concedendo le connessioni etrusche e greche del Pittau26, dove la fricatizzazione di p in b ne ha segnato la successiva caduta.

  Il Wagner, in quanto varianti "per incrocio con palma" di marva 'malva (Malva silvestrys - Marva parviflora)'; registra per Bitti parmutza, per Orune parmùgia e per Tempio palmucchja27(già attestato nel Pes28); il Pittau aggiunge parmareda per Lodè e Lula e prammutza per Orune29. L'ipotesi dell'incrocio con palma, parma, pramma 'palma', è sorretta dal fatto che le varianti logudoresi e nuoresi hanno tutti o quasi un parallelo fedele alla base latina m_lva(m); coesistono così, in un sistema di aree che sarebbe interessante delimitare, marmaruttza e parmuttza marmaredda e parmaredda. Col fittonimo morese "palmija" (attualmente pammija per disarticolazione implosivi, ma nell'Ottocento presu-mibilmente *pa(i)mija; occorre però tenere presente che in tale termine l'Angius ha certo messo in evidenza la base palm-) esiste dunque una trafila di evoluzione semantica 'mal-va'> 'palma'> 'vite', il cui ultimo passaggio ha presumibilmente come intermediario quello di *'ramo', suggerito dai valori semantici dei lemmi latini palma e palm_s rispettivamente "palma, ramo di palma" e "ramo, tralcio, vigna".

 

 

Tratto da M. Sanna, Uve Moresi, in "Sardegna Antica", a. XI, n. 21.


1Angius 1843, XI, p. 381.
2Il fitonimo nieddu-prunihhedda, in particolare, deve visibilmente la sua denominazione al colore degli acini, simili ai frutti del Prunus spinosa.
3V. Contini 1987, I, p.145; cfr. Contini 1987, II, F. 40.
4De B. Moll 1983, pp. 186-187.
5Certamente non era questo il nesso pronunciato dagli informatori dell'Angius, il quale nesso era stato già da tempo interessato almeno dall'inserimento di una i epentetica, di realizzazione alquanto flebile. Le ragioni che hanno portato il redattore del Dizionario a tale risoluzione grafica sono da ricercare nella ge-nerale standardizzazione ottocentesca di ortografia del sardo, imperniata almeno per il Cabu 'e Susu, sulle forme fonetiche del logudorese comune; d'altronde il logudorese settentrionale come unità linguistica se no era stata ancora rigorosamente distinta.
6Oggi rilevabili in contesti logudoresi comuni e a Cheremule (Contini 1987, I, pp. 370-371; Contini 1987, II,c. 70).
7Oggi riscontrabile in buona parte del logudorese settentrionale (Contini 1987, I, pp. 371-372; Contini 1987, II, c. 70) e località del comune al confine con questo.
8La voce è subentrata in logudorese come signaladu (Wagner 1962, II, p. 421).
9Secondo il Pittau è composto di avva "bianca" e anzelu "angelo"; '[uva] bianca d'angelo', dunque (Pittau 2000,I, p. 116). Il Dizionario è non di meno lacunoso nell'esplicazione del passaggio z>tz della parossitonia e della comparsa della liquida epentetica di avar-, epigono, più che del latino_iba(m), d'alb_ris "che serve ad imbiancare", "stucco*" e "bianchiccio" (alla base inoltre del lombardo albera, designante l'uva bianca e particolarmente il trebbiano) [Cortellazzo-Marcato 1998, p.18]).
10A Tinnura d'altronde è attestato barratzellu (Pittau 2000, I, p. 116); in campidanese l'arbagessa è il visciolo (Prunus Cerasus) (Chiappino 1985, p. 231)
11Wagner 1997, p. 284.
12Meyer-Lubke 1935, s.v. 608.
13Pes 1998, p.4.
14Wagner 1960, I, p. 109.
15Arcia de arxina "penzolo d'uva" (Spano 1851, p.73); "ciocca d'uva, cioè più grappoletti uniti" (Atzeni 1897, pp. 20, 38).
16Wagner 1960, I, p. 109.
17Contini 1987, I, p. 279.
18Rocci 1998, p.93.
19Potrebbe sorgere il dubbio che gli omofoni sardo e meridionali risalgano indipendentemente ad una stessa base. Derivando però questi ultimi allo spagnolo hacha "fiaccola" (poiché gli steli delle suddette piante venivano usate come materiale da ardere [Cortellazzo-Marcato 1998, p. 39]), sono anche gli unici che hanno sviluppato una r epentetica che lo spagnolo hacha mai avrebbe dato in sardo; nella Calabria centro meridionale, difatti, coesistono anche haccia e farcia. Il campedanese arcia va dunque defalcato dall'estesa lista degli ipotetici relitti sardiani privi di riscontri extrainsulari catalogati dal Pittau (Pittau 2001, pp. 53,83), Assieme presumibilmente all'altro cassaìle, qassabile (Pittau 2001, pp. 54, 86), il quale non dovrebbe essere vero che non trova riscontro in altre lingue conosciute, ad eccezione del toponimo siracusano cassabile, dato che il greco bass_ra "volpe" se ne accosta per la doppia sillabante e la liquida (se pur le due liquide, quella sardiana e quella ellenica, sono pertinenti a due differenti suffissi protostorici, come -àr-e-'il [Pittau 2001, pp.64, 67] i valori semantici dei due termini sono facilmente coniugabili essendo i due animali entrambi predatori), oltre che per la consonante iniziale, secondo un avvicenda-mento c/g/b osservabile anche in altre famiglie linguistiche vigenti fra Sardegna e mondo egeo (cfr. a questo proposito il sardo caddone, g(r)addara "galla", il latino g_lla ed il greco ball_noss "ghianda" ricollegabile forse non solo a gl_ns "ghianda"): analogamente per il lidio bathyrrhe "donnola". Altro vocabolo presumibilmente da depennare è chec(c)a "piccola cicatrice, puntura d'insetto" (Pittau 2001, pp. 54, 106), non lontano foneticamente dal latino c_c_trix, -_cis "cicatrice" d'etimo incerto: l'alternanza in pretonica di i/e è osservabile d'altronde, se il collegamento prospettato in Pittau 2001, p.181 è valido anche fra il nuorese secherru (>sicherru) "sufficiente, scarso" col toscano antico segrenna "persona magra e sparuta" ed il latino s_ccuss "secco".
20Anche l'Elymus europaeus e il Bromus sterilis (Wagner 1960, 1 p. 75).
21Il campidanese alluppacuaddu(s) designa anche la reseda gialla (Reseda lutea) e il poligono (Polygonum equisetiforme) (Chiappini 1985,p. 226).
22Pittau 1995, p. 198; Pittau 2000, I, p. 302.
23Registrato in Wagner 1960, I, p. 75.
24Pittau 2000, I, p. 83.
25Wagner 1960, I, p. 75.
26Pittau 1995, p. 198.
27Wagner 1962, II, p. 81.
28Gana 1998, p. 423.
29Pittau 2000, I, p. 709. da considerare inoltre le registrazioni di Chiappino 1985, pp. 400, 411, le quali dimostrano come il gallurese palmucchja sia perpetrato in logudorese ed il bolotanese, o meglio logudorese comune prammuttza 'oina 'Lavatera olbia' sia parallelo a màrmara (b)òina 'malva, malvone (Lavatera arborea o marittima), malvavischio (Althaea officinalis)' registrati in Pittau 2000, p. 617.

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di Piero Modde

Oltre che per lo storico, il colle di Monte Acuto offre spunti di notevole interesse anche per l'archeologo che, proseguendo le indagini con assiduità e costanza, potrà svelare le fasi della storia millenaria del fortilizio, dal periodo nuragico al suo declino.

La recente scoperta di un dolmen, di numerosissimi tafoni e ripari sotto roccia, il rinvenimento per tutto il colle di oggetti d'uso, di frammenti di ossidiana, di cocci di ceramica variamente lavorata, di una matrice di fusione per metalli e di un bracciale probabilmente di epoca nuragica, riportano ad una arco cronologico esteso dagli insediamenti più antichi, preistorici, ad altri più recenti, di epoca storica, antica o medioevale.

E' certo che anche i Romani vi abbiano eretto un castrum con funzioni peculiarmente strategiche. Un castrum ubicato sul Monte Acuto consentiva la sicurezza della viabilità ed allo stesso tempo di tenere in streta e continua soggezione la fiera e bellicosa popolazione dei Balari che dal Nord minacciavano gli interessi economici di Roma.

Verso la seconda metà del secolo XI per i giudici di Torres si presentò la necessità di predisporre una accurata organizzazione territoriale, edificando o ripristinando torri e castelli per difendersi dai nemici esterni, nel caso specifico dai sovrani di Gallura, le cui mire espansionistiche mettevano in pericolo da oriente e da settentrione le fertili vallate logudoresi.

  E la scelta del Monte Acuto per una postazione permanente, punto chiave di tutto un sistema difensivo, non fu certo casuale: riprendendo l'antica fortificazione ed erigendovi il castello il giudice aveva la doppia garanzia di una più facile difendibilità e di un più vasto controllo del territorio.

  Dai pochi resti a disposizione si intuisce che dal punto di vista architettonico la fortezza non presentava le peculiarità stilistiche e funzionali delle costruzioni coeve di altre regioni italiane. La tecnica costruttiva sapeva di una certa approssimazione; i materiali usati erano solitament quelli disponibili "in loco", grezzamente lavorati o sgrossati, amalgamati con calcina; solo per elementi di particolare rilievo architettonico si poteva far ricorso ad apporti esterni, reperiti sempre però entro un raggio territoriale non eccessivamente vasto.

  Il materiale più usato è il granito, ma è presente anche la trachite assieme al tufo. Al momento attuale delle ricerche non è possibile stabilire quali furono i modelli che ispirarono la costruzione e quali le maestranze che realizzarono l'opera; si può supporre che tali modelli furono quelli della tecnologia italo-franca contemporanea, che successivamente si affinarono con altri fattori provenienti dall'arte pisana e ligure.

  Oggi, in mezzo alla folta vegetazione ed ai ruderi s'intravedono qua e là tracce di queste mura. Solo recentemente è stato avviato un lavoro di censimento delle emergenze archeologiche della regione del Monte Acuto, che, per la sua specificità, è stato inserito tra gli itinerari scientifici, didattici, e turistici per la fruizione delle testimonianze archeologiche del territorio. E proprio questo itinerario cercheremo di seguire, evidenziando tutto ciò che può interessare l'appassionato ed il ricercatore dal punto di vista storico, archeologico architettonico.

 

Chi volesse raggiungere il castello di Monte Acuto, partendo dalla piazza de popolo di Berchidda deve seguire la via Pietro Casu e la strada rotabile che conduce al Ponte Diana fino al bivio tra "Binza Coscuri" ed il colle "Contra Polcalzos" che si trova dopo aver percorso circa tre chilometri. Qui si imbocca la strada di sinistra e dopo 1200 metri nella discesa di "Fioridas" si nota sulla destra una carrareccia incassata tra muri a seco che si dirige verso il castello.

  In alternativa si può seguire un altro itinerario. Partendo dal rifornitore della esso, all'ingresso di Berchidda si lascia prima sulla sinistra lo stabilimento della "Coop. Giogantinu" poi sulla destra quello della "Coop. Berchiddese", si procede per circa un chilometro per la strada di S. Marco e, prima di "Su Dezzi", si va sulla destra fino a raggiungere la strada per il Ponte Diana, vicino a "Binza Cuscuri".

  A non più di 400 metri a sud dell'imboccatura della "Strada vicinale per Su Casteddu" si scorgono le rovine di un nuraghe ormai quasi completamente distrutto, ricordato anche dall'Angius. Si percorre per circa mezzo chilometro questa carrareccia incassata tra muri a secco fino ad un cancello di ferro in prossimità di "Su Jogu 'e sas imbrestias"; quindi si lascia sulla destra un abbeveratoio - che ha sostituito una vecchia fontana - e sulla sinistra una casetta di recente costruzione; dopo 120 metri circa ci si imbatte in un grosso masso di granito posto a ridosso del muro di cinta e rotolato nel sito attuale nel corso di lavori di bonifica e di spietramento del terreno.

  Questo macigno, da qualcuno conosciuto come "Sa pedra iscritta", presenta delle strane incisioni, tracciate con linee profonde e decise. Il fatto che nessun fenomeno analogo sia riscontrabile tra gli innumerevoli blocchi granitici della zona, indurrebbe scartare come causa determinante di questi graffiti l'erosione meteoricaeda a presupporre la partecipazione attiva della mano dell'uomo. Agli stenogrammi a reticolato, di incerto significato, si potrebbe attribuire un carattere sacrale, dato il ritrovamento di un manico di anforetta votiva inglobato nel terriccio aderente alla pietra. A pochi passi da "Sa pedra iscritta" oltre il muro a secco ed a nord di un moderno abbeveratoio, rimane la struttura di un antico pozzo, ora ricoperto di rovi e di detritti, nelle cui adiacenze sono stati rinvenuti dei frammenti di vasellame di un certo interesse.

  Seguendo l'attuale pista per un centinaio di metri, a destra della quota topografica 355, si trova un tipico "Impedradu", un'aia che serviva alla raccolta dei cereali e dei legumi. A circa 150 metri dall'aia, in direzione ovest, dove il terreno arbile cede il posto alle scoscese balze granitiche all'interno di un'ampia cavità naturale sgorga una sorgente chiamata "S'abba 'e sa conca", le cui acque venivano trattenute da un piccolo sbarramento ricavato artificialmente tra i massi.Più a valle abbondano le sorgenti e l'acqua viene convogliata in capienti vasche ed abbeveratoi, necessari per l'attività agropastorale.

  Proseguendo per la pista aperta solo di recente con mezzi meccanici, dopo una curva a gomito a sinistra, si giunge all'inizio di una spaziosa radura con grandi alberi di ulivo e di oleastro. Durante questo tragitto, tra i ciottoli e il terriccio, sono stati trovati numerosi frammenti fittili di ossidiana, di selce. Ma il reperto più interessante è senz'altro un piccolo bracciale di metallo risalente probabilmente all'epoca nuragica. E' rivestito di una patina verde liscia ed uniforme, alquanto deteriorata nella parte esteriore, in cui 23 linee ondulate simmetriche si susseguono quasi a formare gli anelli di una catena.

  A nord della radura svetta "Su nodu de tribides" (quota 400 circa) vera roccaforte naturale; ricca di anfratti, di cavità e di ripari sotto i graniti levigati e scavati dall'azione erosiva del vento e della pioggia, dall'alto dei diruppi sovrasta e controlla le aree sottostanti. Caratteristica è l'enorme "Conca de tribides" in posizione dominante e di difficile accesso, sia per le accidentalità naturali sia per un complesso di opere fortificatorie non definito nei particolari a causa della rovina. Dove la natura non ha provveduto sufficientemente per la difesa del luogo è intervenuta l'opera dell'uomo ad ostruire con enormi pietre eventuali punti deboli attraverso i quali si poteva raggiungere il cuore della roccaforte.

  Un grosso muro megalitico cingeva al nord, fin sotto le scoscese pareti del Monte Acuto, tutto il ciglione che sovrasta l'ampia vallata di "Fulcadas" e di "S'utturu 'e concas". Stiamo considerando quelle che possiamo definire come prime cinte murarie della fortezza.

  Sulla sinistra della radura (quota 375) si apre una serie di "tafoni" e di "conche" (una costante per tutto il colle), quasi tutti con uno spiazzo antistante, in cui la presenza dell'uomo è testimoniata da resti di vario genere, poveri, rozzi e semplici: pstelli mortai ciottoli arrotondati e lisci, piedini di tripode, cocci di vasellame, fusaiole. Alcuni di questi ripari conservano tracce che ci fanno intuire una funzione abitativa; altri un uso funerario.

  A brevissima distanza (quota 400) si erge una roccia bizzarramente modellata dagli agenti atmosferici: presenta al centro un'apertura che poteva costituire un ottimo posto di osservazione a scopo di vigilanza, proprio vicino alla prima cinta muraria. Un lastrone di granito, ora appoggiato in posizione quasi verticale, probabilmente fungeva da passerella per raggiungere agevolmente la feritoia naturale. Questa postazione era detta dai vecchi del luogo "S'acheradolza", con evidente riferimento alla forma di una grande finestra alla quale ci si poteva affacciare per controllare dall'alto gli spazi sottostanti.

  Nelle immediate vicinanze si trova una grande struttura domenica, appena scoperta. Esposta a sud-ovest presenta una pianta rettangolare costituita da tre lastroni ortostatici coperti da un'unica grande pietra, ora spezzata in due.

  Riprendendo il sentiero ai margini della radura per una cinquantina di passi si arriva ad un pianoro dove pare si aprisse un ingresso ad un altro tratto della prima cinta muraria già vista prima. Al centro di erge un menhir aniconico delle dimensioni di due per due metri circa, a testimonianza della primitiva funzione funeraria e religiosa di tutta la struttura.

  Tutto intorno grandi cumuli di materiale lapideo rivelano i resti di un crollo e sono ancora evidenti le basi della muraglia, che si adattava perfettamente all'andamento accidentato del suolo. Sulla destra, sopra una roccia piatta, restano ancora per alcuni i metri le prime file di pietre con argilla su cui poggiava l'opera di difesa. Si tratta delle fondamenta di una torretta di avvistamento, a base circolare del diametro di circa 4 m.

  Le tracce del muro si perdono in direzione nord-ovest, è probabile che esse non furono mai edificate in un settore dove sono presenti grandi rocce che conferiscono al terreno una conformazione tale da rendere inaccessibile il passaggio. Oltre queste rocce, in direzione nord, sono stati ripuliti recentemente i resti di una torretta megalitica dalla quale parte il superstite tratto di muro (circa 20 metri), che bloccava l'accesso alla prima cinta di difesa dalla vallata esposta a settentrione.

  All'altra estremità del muro, un'altra torretta della quale sopravvivono solo le pietre di fondamento disposte anche in questo terzo caso in forma circolare. Fra i reperti rinvenuti presso le macerie pare interessante una fusarola in terracotta, ancora intera, di fattura diversa da altre delle quali sono stati trovati dei frammenti nello stesso sito. Evidentemente vi si svolgeva una qualche attività di artigianato. In direzione sud si innalza una parete granitica che delimita una radura in leggero declivio. Addentrandosi nelle rocce, nel punto in cui si presenta un abbassamento di livello della parte naturale, si scorgono le basi di un muro che era stato eretto con spezzame litico e argilla per chiudere un varco cui si poteva accedere passando vicino al "dolmen" e a "S'acheradolza"; se ne riconosce lo svolgimento per circa 8 metri di lunghezza con una larghezza approssimativa di un metro.

  La muraglia seguiva l'andamento degli spuntoni granitici quota (405) e fletteva verso ovest, dove andava a chiudere un passaggio di circa 10 metri tra le rocce a picco. Ancora più sotto ogni via di accesso era preclusa dalla natura scoscesa del terreno. Secondo la testimonianza di un vecchio allevatore questo particolare sito era individuato col toponimo di "Sa posta 'e sos caddhos". E la configurazione del luogo rende accettabile l'ipotesi che qui trovassero asilo le bestie da soma e da tiro prima che i visitatori affrontassero a piedi il sentiero in direzione di Punta Minore.

  Verso ovest, inoltrandosi fra la vegetazione e gli sterpi, si giunge ad una piccola radura ai margini della quale si nota la continuazione della cinta muraria, ora crollata quasi per intero. Parte del materiale è stato riutilizzato per innalzare dei muretti e per rendere libero il passaggio fin sotto alla "Punta Minore". Anche qui sono numerose le cavità naturali e i ripari sotto roccia.

  Proseguendo per il sentiero si fiancheggia una struttura muraria megalitica, eretta con blocchi di pietra giustapposti, per una lunghezza di circa 7 metri nel primo tratto e con un'altezza accertata di 4 metri nel punto più elevato. Siamo di fronte alla seconda cinta delle mura, la cui parte più orientale poggiava su un tafone, al di sotto del quale se ne trova un altro di maggiori dimensioni. Continuando verso ovest, tra i macchioni di lentisco e gli olivastri, fino ad un dirupo, la muraglia lascia libero un passaggio verso il castello. Superato questo varco si vedono due ampi spazi terrapienati contigui poggianti sulla struttura muraria.

  Verso est, i copiosi resti di tegole, mattoni, pietre amalgamate con malta cementizia inducono a pensare ad un'opera in muratura di una certa importanza; forse una torretta. Attraverso un gruppo di tre cavità naturali intercomunicanti si esce all'aperto, a breve distanza dal precipizio sul quale domina la cisterna. Tra i frammenti reperiti in queste cavità sono da ricordare pezzi di una ciotola scura con rozze incisioni sul manico, cocci di ceramica decorata, un reperto di terracotta col disegno di una spirale.

  Tra i ruderi sparsi per l'erto pendio, in mezzo alla boscaglia, è stata scoperta una matrice di fusione per metalli di pietra verde (clorite) pressoché intera, sul recto presenta il disegno di tre pugnali, sul verso due asce piatte, sul dorso una scanalatura profonda probabilmente stampo di scalpello o manico metallico di utensile.

  Non è improbabile data la presenza della matrice, che nel territorio si svolgesse anche una certa attività metallurgica, seppure limitata, destinata alla costruzione di armi e utensili; questa ipotesi è ancor più valida se consideriamo che tutt'intorno sono stati rinvenuti numerosi residui di fusione.Ad ovest pare che il terrapieno sia stato utilizzato come piazzola ("kea") per fare il carbone. Qui, subito, il sentiero si inerpica e si insinua tra i graniti e, fra cumuli di macerie conduce all'ultima cinta muraria, quella che circoscriveva gli ambienti del castello, girando, secondo la conformazione del terreno, intorno alla sommità della collina.

  Chi ha visitato il castello tanti anni fa ricorda l'esistenza di numerosi gradini che facilitavano l'ascesa. Di questi oggi non si scorge traccia.
Dove la struttura muraria comincia ad essere tecnicamente più curata, deviando a sinistra si trova un ingresso formato da due massicci blocchi di granito sormontati da un altro, di eguale grandezza. Attraverso l'apertura, si può accedere ad una spaziosa superficie di forma rotondeggiante, protetta da picchi rocciosi e da un grosso muro del quale si distinguono i basamenti. Tutta l'area è ingombra di cumuli informi di ruderi per cui non è possibile discernere quale fosse la destinazione d'uso della struttura. Sulla destra pare esistesse un passaggio per le parti più alte della fortezza. Si tratterebbe di un posto di guardia, ultimo baluardo del castello. Anche i vecchi conoscitori del luogo, infatti, lo ricordano come "Su corpus de guardia".

  Inerpicandosi tra le rocce e le frasche, all'altezza di "Su corpus de guardia" si riesce a malapena a passare sul lato che guarda a nord-ovest dove la rupe strapiomba ripida sovrastata dalle poderose mura diroccate nelle quali, a tratti, si può seguire lo svolgimento irregolare imposto dalla natura stessa del terreno.

  Dopo "Su corpus de guardia" il sentiero si fa più angusto e ripido, incassato tra i picchi rocciosi da ambo le parti; probabilmente era racchiuso entro la cinta muraria, di cui si nota qualche breve tatto crollato sulla destra del sentiero stesso, in direzione est.
Ancora non è stato possibile individuare la collocazione dell'ingresso alla parte interna della fortezza; è fuori dubbio, però, considerate le asperità del suolo, che esso si trovasse nel punto più basso del castello.

  Dove le tracce della costruzione diventano più evidenti e certe è stato possibile realizzare la rivelazione planimetrica, attendibile per quanto consente lo stato del rudere e il terreno accidentato è ricoperto di vegetazione.

  L'asse principale della costruzione seguiva la direttrice da sud-ovest a nord-est, per una lunghezza accertabile di circa 40 metri; La larghezza media del corpo del castello si aggirava sui 15 metri. Molte difficoltà si incontrano nel tentativo di ricostruire anche approssimativamente, la planimetria del settore sud-ovest; questa è sicuramente la parte più acclive, e qui doveva essere ubicato l'ingresso, poiché tutti gli altri punti poggiavano direttamente sulla scarpata ed erano inaccessibili.Procedendo in senso orario dallo strapiombo che guarda ad ovest, su un picco roccioso sono visibilissimi i robusto basamenti delle mura; questi sono interrotti per un breve tratto dal vuoto sottostante e riprendono per qualche metro, andando a legare con una roccia affiancata da un altro sperone più esterno. L'unione tra i due massi era garantita da un muro di riempimento che tendeva da allargare verso nord-ovest il perimetro della fortezza; questo muro ha una larghezza di m 1,50 ed un'altezza di m 3 circa.

  Ancora più in alto, un picco granitico oblungo era incorporato nel muro, ormai dirutto nella scarpata sottostante per una decina di metri. Tutta la cortina era saldata sulla parete rocciosa, come si può rilevare dalla sezione in conci e calcina ancora visibile, e doveva avere uno spessore notevole, oggi non quantificabile esattamente per l'inaccessibilità e la pericolosità del luogo. Non è improbabile che qui esistesse un collegamento con il consistente ammasso roccioso che si erge a qualche metro di distanza per costituire un posto di vedetta dominante tutta la vallata, da "Falcadas" a "S'utturu 'e concas". Infatti pare di intravedere traccia di un muro che univa il tutto con questo corpo laterale, sotto il quale si apre una grande caverna. Poi la struttura muraria piegava verso est ed andava ad inglobare l'ammasso granitico più elevato del colle per raggiunger, correndo in direzione sud-ovest lo sperone sul quale si innalza la cisterna. Questa costituisce l'aspetto architettonico più evidente e meglio conservato e rompe la linearità della cinta muraria, la quale prosegue a sud-ovest, oltre la cisterna stessa, per circa 15 metri fino a poggiare su un enorme masso di forma arrotondata che strapiomba verso il basso. In questo tratto la larghezza del muro è ragguardevole e non è da escludere che vi corresse un camminamento di ronda per garantire un'assidua sorveglianza sull'unico lato della rocca esposto ad un eventuale attacco nemico.

  Su un picco emergente a circa 7 metri ad ovest tra la vegetazione si notano ancora i basamenti del muro. Proprio sotto questa roccia si trova una piccola caverna; picchiando sul suo pavimento, ricoperto di terriccio, si avverte u suono vuoto, segno che ci si trova di fronte da un crollo che può nascondere restio interessanti o, addirittura, un ambiente sottostante.

  A questo punto non è chiaro quale fosse l'andamento della costruzione; la natura accidentata del terreno, unitamente al pessimo stato di sopravvivenza delle strutture, non consente un'indagine accurata e completa. Ma i cumuli di macerie che si scorgono nella scarpata e sugli speroni di granito inducono a credere che il muro continuasse verso il basso tra le balze rocciose fin presso a "Su corpus de guardia".

  Al centro del castello, lungo l'asse maggiore, ci sono numerosi conci saldamente ancorati alla roccia con calcina; potrebbero essere resti di pareti che delimitavano i vari ambienti interni. I muri perimetrali di uno di questi ambienti, di forma squadrata, affiorano accanto alla parete della cisterna esposta a nord-ovest.

  La parte del castello che si presta ad un esame più accurato è la cisterna non interrata. Sono ancora intatti i muri longitudinali, con una line direttrice da sud-ovest a nord-est; su di essi è evidente l'imposta della doppi imposta a botte crollata all'interno dell'edificio. La tecnica costruttiva è molto curata: i conci squadrati sono saldati con la calce e l'interno è rivestito con una malta assai resistente e tenace che ricorda la pozzolana; anche le pareti esterne sono intonacate.

Il muro che sta più a nord ha una lunghezza interna di metri 6,20, mentre l'altro misura m 5,10; la larghezza media della cisterna è di metri 4,70; non è possibile a causa dei detriti della vegetazione che occupano l'ambiente rilevarne l'altezza interna, che esternamente è di m 3,60.

  Un altro muro dello spessore di 60 cm correva al centro lungo l'asse longitudinale; costituiva l'elemento verticale di sostegno della doppia volta e divideva il locale in due parti. Un tramezzo di 30 cm, forse ricavato in tempi successivi, divideva ulteriormente la sezione di nord-ovest in due porzioni lunghe rispettivamente 2,60 e 3,30 metri. E' probabile che si potesse accedere alla varie parti della cisterna attraverso aperture praticate nei tramezzi. Infatti, qualche anziano che ricorda questa struttura intatta parla di sotterranei ai quali si accedeva da una botola esistente nella volta. Le risorse idriche erano assicurate dall'acqua piovana che giungeva al serbatoio attraverso alcune condutture di tegole contrapposte, inglobate nei muri, ancora in buono stato di conservazione.

  Un muro più esterno, fatto di conci alquanto irregolari e rozzamente squadrati legati con la calce, cingeva i due lati della cisterna rivolti a nord-est e a sud-est e probabilmente costituiva, assieme alla cisterna stessa l'appoggio per la torre di cu parlano alcuni scrittori. I pochi resti dell'intera costruzione non consentono neanche di ipotizzare una suddivisione interna degli ambienti. Anche se il castello ospitava una piccola guarnigione, accanto alla cisterna dobbiamo presumere l'esistenza di alloggiamenti, di depositi per masserizie, vettovaglia ed armi, di una torre, di una cucina e di un forno, di scale per superare il considerevole dislivello tra "Su corpus de guardia" e il serbatoio dell'acqua. Anche le cavità naturali potevano essere adattate e sfruttate per le necessità più disparate della collettività dei residenti.

  La differenza di quota tra il primo tratto di mura osservato nella prima parte di nord-ovest ed il punto geodetico a quota 493 è di circa 16m. Considerando che lo strapiombo verso "su corpus de guardia" accresce tale differenza duna ventina di metri, è ipotizzabile per tutto il complesso fortificato una strutturazione a gradoni, con una distribuzione dei locali interni a diverse quote altimetriche.

  E' indiscutibile che la struttura nel suo insieme dovesse offrire un minimo di "comfort", se è vero che vi si recarono i personaggi più rappresentativi della storia sarda della prima metà del secolo XIII, da Adelasia a Pietro d'Arborea all'Arcivescovo di Sassari al Legato Pontificio Alessandro ai Vescovi di Ampurias e di Castro, tutti con il loro seguito. D'altra parte il documento notarile già citato precedentemente parla di una aula cuiusdam palacii. La stessa mulattiera che raggiungeva la fortezza doveva essere più agevole del sentiero attuale che a tratti, specie nella parte più alta è difficile persino individuare.

 

Tratto da Piero Modde, Quattro passi tra la storia. Berchidda il Castello di Monte Acuto come arrivarci, cosa c'è da vedere, in Almanacco Gallurese 1997-98.

 

 

TERRITORIO Visite: 74

di Franco Laner e Gianfranco Saturno

 

L'Olivastro di Meleu
Fra gli alberi più longevi della Sardegna c'è sicuramente l'olivastro (Olea europaea, var. sylvestris).Questa specie è tipicamente mediterranea e molti studiosi la ritengono indigena proprio della Sardegna. Nell'Isola vive fino a 600 m sul livello del mare ed anche più se in zone riparate ed è molto longevo, ha un'eccezionale capacità di riprendersi, anche se la ceppaia è stata attaccata dal fuoco o dal gelo.

I suoi frutti sono piccoli ed ovoidali, di color prima verde e poi nero-rossastro, con scarsa polpa e quindi povera d'olio. Il legno è assai duro e molto durabile, ottimo per lavori di ebanisteria o al tornio. Possiede inoltre, grazie alla sua compattezza, un altissimo potere calorifico.

La sua longevità è davvero straordinaria e nell'Isola ci sono olivastri famosi. La classifica vede in testa l'olivastro di San Bortulu di Luras con una circonferenza di 11,8 m e 14 di altezza. Sempre a Luras ci sono altri possenti olivastri. A Palau c'è un olivastro in località Stazzareddu di 10 m di circonferenza e 10 di altezza. E' ricordato, fra gli alberi monumentali sardi anche l'olivastro di Calargianus, di 6 m di circonferenza e 7 di altezza e quello di Villacidro, 5m e 10.

Pure in località Meleu ad Ozieri, c'è uno splendido esemplare che abbiamo recentemente visitato con Pietro Bua e Gavino Pala: la gita, oltre che l'olivastro, aveva per oggetto anche l'adiacente nuraghe.

 

L'olivastro ha una circonferenza di 7,5 m circa e quindi un diametro di 2,5 m ed un'altezza di 10-12 m. Questa stima andrebbe confermata dai forestali, perché le regole di misura potrebbero essere diverse da quelle da noi usate. Comunque è superiore agli olivastri di Calangianus e Villacidro e non è mai preso in considerazione!

 

Ma non è su questa graduatoria che vogliamo attirare l'attenzione, quanto sull'emozione che un tal prodigio provoca: il pensiero va alla testimonianza di storia che potrebbe restituire nella sua più che millenaria muta esistenza. L'albero incute anche un forte senso di venerazione. Il suo ieratico comportamento - così ragionavamo sotto il suo grande ombrello - avrà dissuaso anche il più deciso ed infreddolito contadino dal tagliarlo! Ed il suo portamento è tale che induce qualsiasi persona a salvaguardarlo e rispettarlo!

A cinquanta metri più in là c'è il nuraghe Meleu, descritto solo nell'esaustivo e prezioso lavoro di Don Amadu "Ozieri ed il suo territorio dal neolitico all'età romana". E' stato eretto su di uno sperone di roccia, che apre verso Su Campu uno straordinario scenario, come il superiore nuraghe Barvidu, dal quale lo sguardo ha ancora maggiori orizzonti.Sulla stessa retta Barvidu-Meleu si trova il nuraghe Giolzi Pintu e tre punti su di una retta non è un fatto casuale.

 

Il nuraghe ci sembra un trilobo, con la stessa tipologia di Sa Mandra e sa Jua di S. Nicola, anche se la terza torre non è di facile lettura, giacché i suoi conci sono stati forse utilizzati per realizzare i terrazzamenti verso Sud che Don Amadu descrive.

Facile considerazione: olivastro e nuraghe sarebbero più che sufficienti ad eleggere la località come luogo di grande interesse archeologico-naturalistico.

Ancora un'annotazione a proposito di olivastro. Al Museo etnografico Galluras di Luras è conservato, unico in Sardegna, il martello di olivastro, avvolto in un sacchetto di panna nero, che serviva a sa femina agabadora a por fine alla vita di persone sofferenti e gravemente ammalate. Lo schizzo, vicino alla foto dello strumento, chiarisce la forma. Strana. Ma potrebbe esserci una spiegazione. Prima che l' accabadora entrasse nella stanza dell'ammalato - spiega Giacomo Pala, ideatore del Museo - ogni oggetto sacro veniva tolto e così ogni immagine ed ogni riferimento religioso.

 

La forma del martello tradizionale, col manico e la testa infilata ha forma di croce e perciò l'atto sarebbe stato compiuto con qualcosa che non andava bene… Sarà perciò?
Anche il fatto che fosse solo di legno di olivastro ed un unico pezzo potrebbe essere significativo, ma chi potrà mai spiegarcelo?


L'ailanto de su daziu
Salendo da via Roma, al bivio per Mores e l'Ospedale, sulla sinistra, c'è un grosso albero, chiamato "s'arvure 'e sas camandulas", ovvero l'albero delle bugie e qualcuno anche "s'arvure de sas castanzas", delle castagne, che in questo caso non sta per castagne, ma per bugie. Ancora è ricordato come albero dei dazieri, proprio perché prima della seconda guerra c'era una postazione di controllo sulle merci in entrata ed uscita da Ozieri (su daziu).

Proprio quest'albero - l'ailanto appunto - è segnalato e fotografato nel bel libro di Siro Vannelli "Grandi alberi della Sardegna, monumenti verdi" edito dalla Regione, assessorato Difesa Ambiente, Cagliari, 1994 ed è considerato sia per la sua longevità, sia per le dimensioni, monumento da salvaguardare.

Ecco le caratteristiche di questa specie legnosa. Essa è originaria dalla Cina ed è stata introdotta in Italia nel 1760, dove si è largamente naturalizzata, rivelandosi albero molto intraprendente nella conquista del territorio anche in varie città sarde. Vive in piccoli gruppi o sporadico sulle pendici detritiche, dal piano fino a 1000 m di quota. Assieme all'ailanto era stato introdotto anche un insetto serigeno, l'Attacus cinthia, ma la qualità della seta era scadente e questa opportunità fu abbandonata.

Il suo nome scientifico è Ailanthus glandulosa, famiglia delle Simurubacee e può raggiungere i 20-25 metri di altezza. Ha foglie alterne, senza stipole, lunghe fino a 90-100cm, imparipennate con 6-20 paia di foglioline picciolate, oblungo-lanceolate che emanano un caratteristico odore. Fiori piccoli e poligami, disposti a pannocchie molto ramificate. Il frutto è una cassula bialata (samara), lanceolata, con seme in posizione centrale. Fiorisce da maggio a giugno.

Nella scheda del citato libro, si annota che il nostro ailanto ha una circonferenza a petto d'uomo di 320cm ed una altezza di 11 m, dati che non sono mutati in questi ultimi 10 anni. Si dice inoltre che la sua presenza in questo luogo, considerata e gradita ai numerosi pensionati che socializzano alla sua ombra e raccontano anche tante "castagne", ovvero frottole, sembra frutto di una invadenza accettata e poi curata dagli stessi dazieri. Per la verità non ci sono oggi più pensionati o altri che sostano sul pur ancora presente sedile in muratura sotto l'ailanto, a meno di non volere in breve intossicarsi per l'intensissimo traffico del bivio!

Quel sedile è stato anche teatro di una tragedia durante la seconda guerra mondiale. In questo strategico punto era stato fissato un posto di blocco ed un giovane soldato, ivi comandato, poco dopo aver salutato la giovane fidanzata di Bono che gli aveva fatto un furtivo saluto, nel fare, da seduto, un brusco movimento, gli cadde il moschetto. L'urto fece partire un proiettile che perforò la giberna e quindi il petto del giovane che morì all'istante.

Abbiamo chiesto notizie sull'ailanto al comandante del locale Corpo forestale, Vittorio Cubeddu, che solo al nome ha reagito con una smorfia: "E' una pianta puzzolente, invasiva ed infestante! Non l'amo particolarmente!"

E' vero. Ma proprio la sua virulenza può essere sfruttata nei rimboschimenti di pendici solatie, asciutte e sassose. Il suo legno è facilmente lavorabile, ma di scarso valore e si usa piuttosto per la pasta nell'industria della carta.

La corteccia e le foglie contengono un'oleoresina che ha proprietà purgative. Al nostro ailanto dunque, che come tutti gli alberi monumentali o meno, può raccontare tante storie, andrebbero riservate maggiori cure di quanto non gli siano riservate: un suo squarcio, provocato da un atto vandalico con un tentativo di incendio, è stato recentemente e malamente riempito di calcestruzzo! Attenzioni dovute non solo perché è ormai entrato nella storia di Ozieri, ma anche perché - come si legge ancora nel citato libro - è il più rilevante dell'Isola!

 

 

 

 

 

 

TERRITORIO Visite: 120

di Franco Marongiu e Francesco Amadu

 

 

 Nella città di Alghero, centro della Diocesi alla quale fin dal 1503 apparteneva anche Ozieri (vi dipese fino al 1803) venne fondato nel 1655 il convento dei Religiosi Mercedari, appartenenti cioè all'Ordine della Vergine della Mercede per la redenzione degli schiavi. Era questo un ordine la cui creazione si collega alla lunga e dolorosa storia della Sardegna in lotta contro i mori delle cui prime invasioni nella nostra isola si ha notizia fin dal secolo IX per giungere fino al 1500 quando vi fu l'assalto a Dorgali.

  Com'è noto i mori non si limitavano alla razzia e al saccheggio, ma anche al ratto di adulti e di bambini che venivano impiegati o venduti come schiavi. Ancor oggi la frase "Mamma mia, su moru" è sintomatica e dimostra chiaramente quanto grande fosse il terrore che ispiravano quelle incursioni.

  Queste costituirono ben presto un grave problema politico-sociale al quale corrisponde uno sviluppo di reazione religioso sociale con la diffusione dell'ordine religioso della B.V. della Mercede per la redenzione degli schiavi. Esso si proponeva di redimere cioè riscattare, ricomprare gli schiavi dai mori. I Mercedari, oltre ai tre voti regolamentari erano obbligati ad un quarto voto. Infatti, giuravano davanti a Dio di offrire, in mancanza di altre possibilità e come ultima risorsa, se stessi ai mori per la liberazione di uno schiavo.

  Il culto per la B.V. del Rimedio, com'è naturale, dal centro della Diocesi, Alghero, si diffuse ben presto in molti centri tra i quali principalmente Ozieri, dove già dal 1539 è attestata una cappella sotto questo titolo, e sul declinare dello stesso secolo nella chiesa dei Cappuccini. Verso il 1593 veniva fondato a Ozieri il convento dei Cappuccini, presso la Chiesa di N.S. di Loreto dove erano stati prima i Francescani. Subito dopo, però il nobile Ozierese Don Francesco de Arca offriva ai Cappuccini un suo podere dove, con il suo aiuto, veniva innalzata una chiesa in onore dei santi Cosma e Damiano, e qui si trasferirono i frati. Nel 1866 le leggi del Governo piemontese sopprimevano, tra gli altri, anche il convento dei Cappuccini di Ozieri, ma il nome di "Chiesa dei Cappuccini" è rimasto fino ad ora, mentre si è dimenticato il nome originario di "Chiesa dei Santi Cosma e Damiano".

 

Puntuale ormai da molti anni ritorna, la popolare Sagra della B.V. del Rimedio, che solennemente conclude le celebrazioni del settembre ozierese. Era stata per secoli una delle tradizionali feste ozieresi in onore della Madonna e dei Santi: la B.V. Monserrato, la B.V. del Carmelo, la B.V. di Loreto, i Candelieri per l'Assunta, San Sebastiano, San Nicola, insieme con quelle antiche di Sant'Isidoro patrono degli agricoltori e di Sant'Eligio patrono dei fabbri ed infine quella di Sant'Antioco titolare dell'antica Cattedrale di Bisarcio e patrono della Diocesi.

Ricordano i vecchi le lunghe teorie dei carri e i festanti gruppi di cavalieri che nel maggio portavano gran parte della popolazione ozierese nella gioiosità dei variopinti costumi a darsi convegno presso l'antica Basilica di Sant'Antioco; e che a giugno facevano popolare e risuonare di festa l'alto colle di Monserrato dominante su Ozieri e su i suoi campi.

Oggi "non usano più " le sfilate di carri, ma tante cose belle sono ancora rimaste: le multicolori sfilate di costumi per la gioia degli occhi di coloro che amano le cose belle, le gare poetiche per chi ha ancora il gusto schietto semplice e genuino di quelle che furono forse la più bella espressione dell'arte popolare.

  E la festa del Rimedio è il giorno del grande incontro. Sono i turisti che per la prima volta vogliono godersi lo spettacolo; sono gli amici che hanno un luogo e un giorno per un nuovo incontro, ma sono soprattutto gli ozieresi che tornano ad Ozieri. Verranno forse da Sassari o da Milano, ma in tanti e tanti casi rientrano per la "festa" o dalla Germania, o dalla Francia, dal Belgio o dalla Svizzera, dalla Spagna o dall'Olanda, e talvolta dalla lontana America. E quanto solenne e risonante è la festa esterna, altrettanto gioiosa ed affettuosa è la festa nella intimità della famiglia al completo.

Ma le case si vuotano si va a vedere la festa: e la piazza Cantareddu e Badde e Sa Ena straboccano di una folla in attesa per ammirare la fantasmagorica visione di colori e per ridere e piangere talvolta (e l'osservatore attento potrà più d'una volta scorgere materialmente lacrime agli occhi di tanti) nel riudire ancora una volta le antiche melodie che da secoli e secoli hanno mosso al riso e al pianto i nostri avi.

  Ma anche chi alle antiche nenie sarde preferisce l'ultimo festival non potrà non incontrarsi di fronte a quella fascia iridata a quel nastro policromo che scorre tra la folla: la sfilata dei costumi.

Un posto d'onore è riservato al costume di Ozieri: quello dei giorni feriali, in farsetto lavorato a colori dal quale spicca la bianca camicia con la gonna dai colori scuri. Viene il costume maschile dal quale sono oggi purtroppo scomparse le antiche caratteristiche "ragas", ma che conserva ancora la severa "zimarra" in orbace nero col cappuccio, sotto il quale si intravede il "corittu" di velluto verde-oliva. E' ormai soltanto un ricordo il farsetto dal colore verde smeraldo ma anticamente riservato in modo esclusivo ai nobili e e ai "Printzipales" che era vietato ai semplici popolani, ai "vassallos" di prezioso velluto "duziapel", lo spagnolo "terciopel".

  Arriva infine il costume femminile di gala: sfilano le donne in candido fazzoletto ricamato, avvolte nel manto di broccato nero con gonna plissata, grembiule e farsetto dello stesso colore, il tutto finemente lavorato a ricami, ricco di coralli e ori antichi: e il tutto, se così si può dire, non è un nero buio ma un nero splendente che nell'eleganza e nella solennità acquista quasi un tono principesco.

  Ai gruppi ozieresi faranno seguito le donne del Logudoro e del Goceano: da Pattada a Bono, da Buddusò a Bultei, a quelli della Gallura e dell'Anglona, del Meilogu e del Sassarese, da Sennori a Nulvi, da Cossoine ad Osilo, da Ittiri a Ploaghe; a quello del Nuorese e della Barbagia, da Ollolai a Mamoiada, da Ovodda a Tonara, da Fonni ad Orgosolo, da Bitti a Gavoi; o quello dei Campidani, da Sinnai a Monserrato, da Quartu a Quartucciu a Settimo San Pietro e Selargius, e ancora altri da Samugheo e Uras, da Busachi a Solarussa, ed altri ancora.

  L'un dopo l'altro si alternano su ballu currende di Bono, su passu torrau di Bultei, su ballu a s'arressa di Buddusò, su ballu tundu di Samugheo, su ballu a tres di Fonni, s'arciu antigu di Oliena, sa roseada di Ovodda, su saltiu di Mamoiada, sa sciampitta di Settimo San Pietro e infine su ballu tundu di Ozieri, l'antico dia-doi. Nella sua composta eleganza e negli improvvisi sprizzi di gioia subito compressa e attutita, fa in pochi minuti quasi rivivere in unico scenario multicolore quelle che sono le note caratteristiche della vita del popolo sardo, una vita calma, serena talvolta fino alla rassegnazione supina e che ogni tanto porta in luce la sua vitalità, con manifestazioni improvvise ma poi nuovamente sopite.

  Ed è in queste visioni che più struggente si sente la nostalgia di un passato che non esiste più, di una Sardegna antica una volta quotidianamente abbellita di questi colori che oggi ci è dato ammirare soltanto in un giorno di grande festa.

  Quasi a perpetuare questa tradizione artistica di poesia è nato e si è sviluppato con dimensioni forse impreviste il Premio di Poesia "Città di Ozieri" che ininterrottamente dal 1956 accoglie le migliori firme della poesia sarda e che ha dato occasione di rivelare ad una più vasta cerchia di ammiratori la finezza artistica e la sensibilità poetica di tanti, giovani e non più giovani, cultori della poesia popolare sarda. Né sarà per importanza ultima fra le manifestazioni artistiche il concorso "S'ottava bella": ottava in rima, improvvisata su un tema assegnato sul momento da un giuria, secondo un modello istituito proprio in occasione della Sagra del Rimedio del 1897 dal poeta improvvisatore ozierese Antonio Cubeddu.

  L'ultimo grande incontro sarà ancora una volta il giorno seguente alla festa nella caratteristica cornice di Piazza Cantareddu col concorso regionale di "Canti a chitarra" per l'assegnazione del premio "Usignolo della Sardegna". E come nella precedente serata folkloristica si esibiva il Coro di Ozieri nella più caratteristica e popolare me1odia del folklore canoro nel sonante accordo dei cinque cantori che continuano il tema della voce solista intonante, così nell'ultima sera si potrà ammirare la valentia delle più belle voci della Sardegna che convengono qui, dove rifiorirono i canti indimenticabili di Gavino Deluna e Maria Rosa Punzurudu.

 

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